Sulla previdenza calcoli superficiali – di Laura Pennacchi

18/03/2002





Sulla previdenza calcoli superficiali
di Laura Pennacchi

Poiché sta emergendo una crescente inscindibilità tra implicazioni dell’abolizione dell’art. 18, delega fiscale e delega previdenziale, occorre che escano dall’ombra due aspetti fin qui trascurati, entrambi connessi alla decontribuzione di 3-5 punti dell’aliquota sui nuovi assunti, elemento decisivo perché fa emergere una radicale differenza di impostazione tra i governi di Centro-sinistra e l’attuale governo di Centro-destra. I primi muovevano dalla consapevolezza che le riforme pensionistiche effettuate nel periodo 1992-1995-1997 traggono la loro efficacia anche dall’avere fortemente ridimensionato le prestazioni pubbliche (a regime, mediamente, esse scenderanno al 50% dell’ultimo salario per i dipendenti e al 30% dell’ultimo reddito per gli indipendenti) e che, per questo – per evitare cioè di avere generazioni di pensionati poveri – si debba sviluppare la previdenza complementare, non in sostituzione (e dunque a danno) ma in integrazione della previdenza pubblica, il cui primato quantitativo e qualitativo va, invece, mantenuto. All’opposto, il governo in carica dichiara apertamente di voler sovvertire l’equilibrio tra previdenza pubblica e previdenza privata a tutto vantaggio di quest’ultima e per questo – oltre che per soddisfare le richieste di Confindustria di abbassamento del costo del lavoro – ricorre allo strumento della decontribuzione che, in prospettiva, significa contrazione del ruolo pubblico in previdenza. Dei due aspetti sottovalutati il primo è relativo agli oneri sulla finanza pubblica – pari allo 0,7 del Pil a regime – della decontribuzione stessa e alla loro mancata copertura finanziaria, il secondo è relativo all’assunzione di rendimenti molto elevati, rispetto alla previdenza pubblica, per la previdenza complementare, il cui sviluppo, per l’appunto, la decontribuzione – insieme alla canalizzazione obbligatoria del Tfr nei Fondi pensione – dovrebbe favorire. Quanto al primo aspetto, secondo le disposizioni di finanza pubblica (art. 81 della Costituzione, legge 468 e successive modificazioni) – non ancora abolite, mi pare! – non possono essere portati a copertura degli oneri futuri i risparmi associabili alle misure di incentivazione a posticipare il pensionamento, in quanto esse già esistono nell’ordinamento (articolo 75 della Finanziaria per il 2001) e i relativi costi/risparmi, già inseriti negli andamenti "tendenziali" di finanza pubblica, non possono essere conteggiati due volte. Una fonte di copertura non idonea sono anche gli incrementi dei contributi per i collaboratori, trattandosi di sola accelerazione di disposizioni già prese (addirittura nel 1997) e configurando quindi un gettito limitato e transitorio. Meno ancora può essere considerato fonte di copertura l’incremento di occupazione associabile alla decontribuzione. Il punto è che il Dpef 2002-2006 già corregge un andamento "tendenziale" dell’occupazione – pari a un incremento medio annuo dell’1% – in un andamento "programmatico" dell’1,5% annuo – connesso a una previsione di crescita del Pil del 3% – e dunque già incorpora una più elevata previsione di crescita del tasso di occupazione (al 59,6% nel 2006), sulla cui base sono stati costruiti i saldi "programmatici" di finanza pubblica. Si può discutere se questi obiettivi programmatici abbiano fondamento, così come delle misure necessarie a realizzarli. In ogni caso, di qualunque misura si tratti, essa deve essere "coperta" correttamente. La superficialità con cui sono trattati i problemi di impatto sulla finanza pubblica fa il paio con la superficialità con cui vengono trattate le implicazioni sulle prestazioni pensionistiche future dei giovani neoassunti a cui venisse applicata oggi la decontribuzione: integrate dalla finanza pubblica, come dice la lettera della delega – ma con un problema aggiuntivo di copertura dello sbilancio dell’Inps e inoltre con incoerenze vistose rispetto alla logica del sistema contributivo – o, come suggerisce qualche maliziosa interpretazione, alla fine semplicemente e drasticamente ridotte. Tanto – dice il governo – lo sviluppo della previdenza privata sarà tale da compensare la riduzione della previdenza pubblica e la prestazione totale (come somma delle due componenti) sarà eguale o addirittura superiore a quella odierna. Ma perché questa ipotesi si realizzi, quanto alto dovrebbe essere il saggio di rendimento della previdenza privata a capitalizzazione? Qui c’è l’altro aspetto fondamentale della delega lasciato in ombra. Le assunzioni che circolano sui tassi di rendimento di sistemi previdenziali a capitalizzazione – nei lavori di Feldstein fino all’8-9%, appena inferiori nei lavori di Modigliani – sono immotivate e irrealistiche. Per molte ragioni. Quelle empiriche sono così sintetizzabili. Non esiste alcuna regolarità statistica che consenta di dire che per "tutti" gli investimenti e per "lunghi" periodi di tempo il rendimento possa sistematicamente superare il tasso di crescita del Pil. Anche in fasi migliori della presente e anche nel forte mercato azionario americano sono stati sempre necessari lunghissimi periodi di tempo per neutralizzare la aleatorietà dei corsi. Per il resto del mondo (dietro i cui mercati non c’è la forza del signoraggio del dollaro) ricerche dell’Università di Yale e della California mostrano che in 38 stock markets, dal 1920 ad oggi, il tasso di rendimento reale medio è stato dell’1,5%. Ma vi sono anche rilevanti ragioni teoriche che impediscono di assumere un saggio di rendimento della capitalizzazione superiore a quello della ripartizione e sistematicamente eccedente la crescita del Pil, la più semplice delle quali ce la ricorda il premio Nobel Stiglitz: a parità di rischio, "se" i mercati sono efficienti, il rendimento della ripartizione è il "medesimo" di quello della capitalizzazione. Se i mercati "non" sono efficienti, questo è un gravissimo problema in sé che sovrasta tutti gli altri. Dunque, i rendimenti possono essere maggiori solo "a condizione" che il rischio sia maggiore e ciò, quando l’obiettivo è quello di assicurare la stabilità del reddito nell’età avanzata, non può essere né auspicato né favorito. Importanti studiosi, fra cui Diamond, Burtless, Barr, hanno messo in evidenza come i rendimenti dei mercati dei titoli comportino variazioni sostanziali da un anno all’altro e come ciò condizioni drammaticamente, ma "casualmente", l’entità della prestazione al momento del pensionamento, il che trasforma una pensione investita in titoli "in grande misura in un terno al lotto". I dubbi sul tasso di rendimento riflettono, più in generale, quelli sulla maggiore efficienza (macroeconomica e microeconomica) che un’estensione della capitalizzazione sarebbe in grado di produrre, per esempio in termini di aumento del risparmio nazionale e, dunque, del saggio di accumulazione. Stiglitz ricorda che, poiché in assenza di piani pensionistici a capitalizzazione i singoli avrebbero comunque risparmiato sotto altre forme, la presenza di tali piani, inducendo a ridurre le altre forme di risparmio, difficilmente incide sul risparmio totale privato. Se tali piani non influenzano nemmeno il risparmio pubblico – come accade quando un governo, per finanziare la transizione, si indebita con i cittadini, cosa che rischia di avvenire in Italia – non si verifica alcuna variazione. Qualora infine, le persone fossero indotte a risparmiare di più, ma perché esposte a un rischio maggiore, ciò non migliorerebbe necessariamente le loro condizioni e, anche sotto il profilo dell’efficienza microeconomica, potrebbe avere effetti negativi sul benessere complessivo.

Sabato 16 Marzo 2002