Sulla destinazione del Tfr la battaglia è già iniziata

02/05/2003




              Giovedí 01 Maggio 2003
              E sulla destinazione del Tfr la battaglia è già iniziata


              ROMA – «Se il problema è un garanzia assoluta contro ogni rischio, allora temo che l’unica garanzia sarebbe quella pubblica. E in questo caso perché puntare sulla previdenza complementare e non tenersi l’Inps?». Guido Cammarano, presidente di Assogestioni, va dritto al sodo. La candidatura – lanciata dal neodirettore dell’Ania Gian Paolo Galli (si veda «Il Sole 24-Ore» del 24 aprile) – delle compagnie di assicurazione come miglior risposta alle preoccupazioni sindacali di fronte all’obbligo di destinare il Tfr al secondo pilastro delle previdenza, lo vede del tutto contrario. Obblighi di bandiera, certamente; e lo si capisce bene, visto che la posta in gioco è corposa e la battaglia tra i vari soggetti per aggiudicarsene la fetta maggiore è appena cominciata. L’associazione che raggruppa le società di gestione del risparmio ha messo a punto alcune proposte sulla delega del Governo. E sulla spinosa questione del trasferimento obbligatorio del Tfr ai fondi pensione – negoziali, chiusi o aperti che siano – l’alternativa, indicata anche da parte sindacale, del silenzio-assenso sembra anche a Cammarano una soluzione realistica. E su questa stessa linea è anche l’economista Marcello Messori, animatore della Mefop, la società creata qualche anno fa dal Tesoro per promuovere lo sviluppo dei fondi pensione. «Il problema – spiega – è duplice. Da un lato come incentivare la previdenza complementare, e per questo basta un meccanismo di silenzio-assenso; dall’altro quali garanzie dare a chi, in prospettiva, non potrà più contare sulla copertura pubblica dei pensionati di oggi». Offrire una garanzia per il capitale investito o di un rendimento minimo: questa la proposta avanzata da Galli, secondo il quale lo strumento della polizza assicurativa è, per sua natura, il più adatto. E anche, alla luce dell’esperienza recente e delle batoste accusate dai fondi in Italia (-3,5% per i fondi chiusi, -11% per quelli aperti, stando alla rilevazione delle Covip per il 2002) e all’estero (in Usa i fondi hanno visto il loro patrimonio tagliato del 17% in tre anni), sicuramente attraente. «Ma attenzione – avverte sempre Messori – soluzioni miracolistiche, in questo campo, non ce ne sono; e comunque la si giri un rischio finanziario è ineliminabile. Ed è su questo piano che la questiona va affrontata». Con che strumenti? Anzitutto – sostiene Sergio Corbello, presidente di Assoprevidenza – si tratta di calibrare bene i soggetti per i quali il Tfr va messo messo in gioco. Corbello, sotto questo profilo, non è contrario in via di principio all’ipotesi dell’obbligatorietà prevista dalla delega, ma rileva che occorre distinguere tra chi, come i più anziani, hanno bisogni prospettici limitati e chi, come i giovani legati al sistema contributivo, necessitano in modo assoluto di una "seconda gamba" robusta. Premesso questo, anche per il presidente di Assoprevidenza la questione della copertura del rischio va affrontata «laicamente». L’ipotesi in voga negli anni 90 di un "fondo dei fondi" alimentato con risorse pubbliche non appare più praticabile. Ma anche sistemi, come quello cileno, nel quale sono i fondi stessi ad alimentare un serbatoio di garanzia che dovrebbe intervenire nelle fasi negative (quando il fondo si esaurisce scatta una garanzia statale, ma gli amministratori del fondo vanno a casa), presenta – secondo Messori – notevoli inconvenienti, tra i quali quello di spingere tutti i soggetti verso modelli d’investimento molto simili. «Per restare nell’ambito delle garanzie di mercato – osserva l’economista della Mefop – può essere utile pensare a forme di adesione collettiva ai fondi o a sistemi multicomparto. E poi, ci si deve chiedere se davvero un fondo deve avere come obiettivo prioritario la massimizzazione del rendimento oppure non solo questo». Per Corbello, qualunque sia la strada scelta, tre principi sono irrinunciabili: professionalità nella gestione; un assetto di governance anti-conflitto d’interessi; trasparenza nei costi. Una trasparenza che, secondo il presidente di Assoprevidenza, le polizze individuali oggi non assicurano sufficientemente limitando, con i loro oneri, la trasferibilità delle posizioni. «Se si vuole davvero innescare un meccanismo virtuoso – sostiene – le regole devono essere chiare e valere per tutti». Poi, lascia intendere, vinca il migliore.
              MARIO CALDERONI