Sulla delega pesa l’effetto-età

18/02/2002


Sulla delega pesa l’effetto-et�


di Piero Giarda e Sandro Gronchi
Le pensioni restano un "argomento difficile" anche quando esso non si intrecci con altri, ugualmente complessi, che riguardano la riforma del mercato del lavoro e le regole stesse del confronto sociale. L’intreccio rischia di offuscare la "questione pensionistica" che certamente deve trovare una soluzione "politica" non prima, per�, di essere stata ricondotta alla sua dimensione "economica". Sia pure con le imperfezioni cui occorre porre rimedio, la complessa "ingegneria" del modello contributivo varato nel 1995 intendeva perseguire due obiettivi fondamentali. Il primo � l’equit� attuariale intesa come unicit� del rendimento che remunera i contributi individuali; il secondo � l’autosufficienza "tendenziale" o "di lungo periodo", del sistema a ripartizione. L’equit� � garantita utilizzando, per la determinazione delle rendite e la loro indicizzazione, procedure "virtuali" mutuate dal calcolo finanziario in uso nei sistemi a capitalizzazione e contribuzione definita. L’autosufficienza di lungo periodo � garantita scegliendo, nell’ambito di tali procedure, un tasso di sconto esattamente uguale alla crescita economica. Una delle accennate imperfezioni � la distinzione fra la cosiddetta aliquota "di computo" (33%) e la cosiddetta aliquota "di finanziamento" (32,7%). La forbice (di soli 0,3 punti) fu il punto d’incontro di una complessa trattativa che, in soli due mesi, cambi� radicalmente le regole del sistema pensionistico. Nonostante la modesta ampiezza della forbice, la "Commissione Brambilla" ne ha ugualmente raccomandato la cancellazione in quanto essa pregiudica gli accennati obiettivi fondamentali del modello contributivo. Piuttosto inaspettatamente, il Governo ha ritenuto di andare nel senso opposto a quello indicato dalla "sua" stessa Commissione proponendo un ampliamento della forbice compreso fra 3 e 5 punti percentuali. A regime, una "decontribuzione" di tali dimensioni � destinata a generare uno squilibrio rilevante nei conti previdenziali. Nel breve periodo la perdita di gettito sar� ridotta in quanto la decontribuzione � riservata ai nuovi assunti. Pertanto � possibile che, per qualche anno, la copertura possa essere assicurata dai "fuochi di paglia" rappresentati dalla maggiore occupazione, che il provvedimento potrebbe generare, e dall’accelerazione della crescita gi� prevista per le aliquote a carico dei parasubordinati. Si osservi che, a regime, il gettito eventualmente generato dalla maggiore occupazione sar� interamente assorbito dalla maggior spesa pensionistica da esso stesso generata. Anzi, la decontribuzione non consentir� di pareggiare il conto cosicch� la nuova occupazione, dopo essere stata una risorsa, diverr� la causa di un peggioramento strutturale dei conti previdenziali. D’altra parte, il maggior gettito dei parasubordinati non potr� estendersi oltre il termine al quale l’aliquota contributiva di questa categoria avrebbe comunque raggiunto (anche in assenza dell’accelerazione) il valore finale del 19 per cento. Cumulando il maggior flusso complessivamente riveniente dall’accelerazione entro il 2015, si ottiene il 13% oppure il 22% del minor flusso generato dalla decontribuzione nello stesso periodo, a seconda che la decontribuzione stessa sia, rispettivamente, del 3% oppure del 5 per cento. Le stime, basate sull’ipotesi di costanza dei livelli occupazionali, sono in linea con quelle prodotte dall’Inps. Naturalmente, la perdita di gettito che la decontribuzione produrr� da allora in poi non potr� pi� contare su alcuna (pur modesta) compensazione. A regime, ipotizzando la costanza delle quote distributive, la perdita non potr� essere lontana, su base annua, da un punto di Pil. Ci� accadr� proprio negli anni in cui le proiezioni annunciano l’incremento massimo della spesa. Sommando i due effetti, si ottiene un disavanzo aggiuntivo non inferiore a 3 punti di Pil. Mentre la delega propone "consapevolmente" di rimuove l’obiettivo dell’autosufficienza, pu� essere "sfuggito" che la decontribuzione far� venir meno anche l’obiettivo dell’equit�. Infatti, sebbene uguale per tutti, la decontribuzione non preserva l’uguaglianza dei rendimenti individuali. In primo luogo, avvantaggia le carriere lavorative brevi rispetto a quelle lunghe. Assumendo una crescita reale del Pil pari all’1,5% e delle retribuzioni pari al 2%, una decontribuzione di 5 punti genera un rendimento reale del 3,36% per una carriera lavorativa di 20 anni e uno del 2,42% per una carriera di 40 anni. Inoltre si pu� dimostrare che la decontribuzione avvantaggia le carriere dirigenziali, caratterizzate da una forte dinamica retributiva, rispetto alle carriere operaie e impiegatizie, caratterizzate da una dinamica lenta. Infine, la decontribuzione genera disparit� di trattamento non solo fra i lavoratori ma anche fra questi e i pensionati, con ci� implicando rendimenti complessivamente differenti per soggetti che, a parit� di carriera lavorativa, vadano in pensione a et� diverse. Viene da chiedersi quale significato residuo possa ancora avere la formula contributiva, ridotta a puro metodo di calcolo della pensione, dopo che siano venuti meno gli scopi fondamentali per i quali quel metodo era stato progettato. Pur essendo la decontribuzione una sorta di "errore concettuale", � tuttavia condivisibile la preoccupazione che ne � alla base e cio� il fatto che la pressione contributiva abbia raggiunto, in Italia, livelli considerevolmente superiori a quelli degli altri Paesi europei. Ma la decontribuzione non pu� snaturare il modello contributivo; anzi deve preservare l’equit� e l’autosufficienza da esso garantite. Perci� bisogna accettare che la decontribuzione esplichi i suoi effetti sull’importo delle future rendite contributive. Per compensare tali effetti, occorre slittare in avanti la fascia d’et� entro cui, a regime, sar� consentito l’accesso al pensionamento. Lo slittamento consente di accrescere sia il montante contributivo (per effetto della maggior durata della contribuzione) sia il coefficiente di trasformazione (per effetto della minor durata della rendita). La Svezia, dove nel 1998 � entrato in vigore un modello pensionistico simile a quello italiano, ha scelto una "fascia pensionabile" compresa fra 61 e 70 anni. Cos� facendo, saranno ottenibili saggi di sostituzione mediamente vicini a quelli italiani pur in presenza di aliquote contributive quasi dimezzate. Nel medio periodo, la decontribuzione "combinata" con l’aumento dell’et� pensionabile determinerebbe la stessa perdita di gettito implicata dalla proposta governativa. Ma il gioco varrebbe la candela perch� il costo per lo Stato sarebbe temporaneo e si configurerebbe come un prezioso "investimento" in grado di generare importanti "ritorni" a carattere permanente. L’aumento dell’et� alla quale sar� possibile, in futuro, ottenere una pensione contributiva � certamente un obiettivo non facile, soprattutto per gli inevitabili riflessi che esso implicherebbe sui requisiti anagrafico-contributivi richiesti nella fase transitoria. D’altra parte, occorre ammettere che altre misure non sono in grado di ridurre il costo della previdenza. Possono, al pi�, trasferirne l’onere dai contributi alle imposte non senza pagare il prezzo rappresentato dalla reintroduzione di iniquit� distributive rilevanti.

Domenica 17 Febbraio 2002