Sul tfr la spuntano le banche

02/09/2005
    venerdì 2 settembre 2005

    pagina 31

      Maroni accoglie le richieste dell’Abi. Sindacati pessimisti sull’ok alla riforma

      Sul tfr la spuntano le banche

      Niente automatismi nella concessione del credito

      Luca Saitta

      La riforma del tfr è nelle mani delle banche che, sul meccanismo delle compensazioni, rischiano di fare fallire il rilancio della previdenza complementare. Maroni, di fatto, ha accolto ormai ufficialmente la loro posizione: ovvero, non ci sarà nessun automatismo nell’erogazione dei finanziamenti. Se dare i soldi o no lo decideranno gli istituti di credito, ma solo se c’è la solida garanzia di un fondo pubblico e se le aziende che li richiedono dimostrano sufficiente affidabilità. Una posizione che, se non verrà smussata, a fronte di un governo che sembra vagare ancora in un mare di nebbia per quanto riguarda le precise misure d’intervento a favore delle aziende, lascia difficilmente prevedere l’assenso alla riforma da parte del fronte industriale.

      Tutte le parti in causa, dal canto loro, fanno appello alla legge delega: le imprese nel dire che il rilancio della previdenza integrativa dovrà essere ´a costo zero’ per loro, le banche nel sottolineare di essere tenute solo a una ´facilitazione nell’accesso al credito’ e a niente di più. Di fatto, a due giorni dall’incontro tra Maroni e parti sociali, comincia a serpeggiare un forte scoraggiamento sulla possibilità di condurre in porto la manovra.

      ´Chissà se la riforma del tfr vedrà la luce’, ha detto ieri il segretario della Uil, Luigi Angeletti. ´Sarebbe stata necessaria da molto tempo: comincio a dubitare che il governo abbia la forza e la volontà per farla’. ´Il governo si decida sulla riforma’, gli ha fatto eco il segretario della Cisl, Savino Pezzotta. ´Sarebbe bene che si chiudesse una partita andata troppo a lungo’. Meno chiare, invece, appaiono le intenzioni di Maroni e Siniscalco per quanto riguarda il pacchetto di interventi da mettere in campo a favore delle industrie, quelle piccole e medie in prima fila, che devono rigirare il tfr ai fondi pensione.

        Cancellare, come promesso dal ministro del welfare, quello 0,20% di contributo sul monte salari a garanzia del fondo non basta di certo. E nemmeno l’aumento delle detrazioni fiscali, dal 3 al 4%, e fino al 6% per le pmi, rassicura. Da viale XX Settembre, poi, non si promettono più di 300 milioni di euro per sostenere la partenza della riforma, che nel 2006 riguarderà solo il secondo trimestre. Del resto, sostiene Siniscalco, la riduzione dell’Irap prevista dalla prossima Finanziaria è già un intervento a favore delle aziende. Malgrado le reciproche attestazioni di stima tra i due ministri, poi, che il varo oggettivo della riforma sarà nel 2007 e che riguarderà il governo in carica dopo la vittoria delle elezioni è realtà ben nota alle parti sociali, e questo di certo non alimenta l’ottimismo.

          In definitiva tutti, dai sindacati all’Ania, restano nell’attesa di vedere un documento che riporti almeno una cifra sicura, nella speranza, magari, che qualcuno faccia un passo indietro nelle proprie posizioni. Di sicuro, però, non l’Abi, che ieri ha visto Maroni riconoscere ufficialmente l’impossibilità di qualsiasi forma di automatismo nella concessione di finanziamenti. ´La legge delega parla di un provvedimento attuativo che agevoli le facilitazioni al credito’, dicono all’associazione. ´È chiaro che a fronte di questa richiesta, un istituto non potrà fare a meno di valutare il merito dell’azienda: un passaggio riconosciuto tecnicamente anche dal ministro del welfare. In termini sostanziali continueremo a sostenere le aziende che hanno bisogno delle banche, anche e soprattutto le pmi. Questo, è chiaro, se c’è la sufficiente garanzia di un fondo pubblico’.

            Maroni ha parlato di un ´semiautomatismo nelle erogazioni’, riferendosi all’esclusione dai prestiti delle aziende con i conti in rosso o in odore di fallimento. Una parola che, a ben vedere, evidenzia ulteriormente la fase di stallo in cui si trova la riforma denunciata dalle associazioni imprenditoriali, con le misure compensative insufficienti, da una parte, e, dall’altra, il nesso ormai imprescindibile tra il fondo di garanzia che l’Abi pretende e i soldi che Siniscalco è disposto a mettere sul tavolo per sostenerlo. ´Non ce l’ha ordinato il medico di fare una riforma che non funziona’, ha affermato ieri Maroni ai giornalisti. ´L’ho detto per richiamare l’attenzione perché c’era troppo brusio in sala’, ha scherzato. Ma a questo punto nessuno è più disposto a credere che il ministro abbia voglia di sdrammatizzare. (riproduzione riservata)