Sul tfr il responsabile dell’Economia prepara un piano in quattro mosse

14/12/2001






LIQUIDAZIONI

Sul tfr il responsabile dell’Economia prepara un piano in quattro mosse

      ROMA – «Non agitatevi, aspettate a muovervi: il documento di Maroni non è quello del governo». L’altro ieri il presidente della Confindustria Antonio D’Amato ha fatto tardi in ufficio. Dai ministeri economici sono arrivate una serie di telefonate dal tono rassicurante. Messaggio: la legge-delega inviata dal ministro del Welfare Roberto Maroni è solo una semplice bozza di lavoro. La settimana prossima potrebbe arrivare una prima correzione di rotta, con una proposta del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. L’obiettivo numero uno resta quello di sbloccare in modo massiccio il tfr per fare decollare la previdenza integrativa. Nella visione di Tremonti i fondi pensione sono il perno di una specie di sistema solare economico, formato da pianeti che si chiamano «privatizzazioni», «Fondazioni bancarie», «investimenti per le opere pubbliche». Il vero problema, quindi, è convincere gli industriali a «mollare» il tfr. Come? Primo passo: inserire la quota di liquidazione maturata mensilmente nella busta paga dei lavoratori. Secondo: prevedere meccanismi che incentivino fortemente (al limite dell’obbligatorietà) i lavoratori a destinare il tfr ai fondi pensione. Terzo: risarcire le imprese con un ventaglio di sgravi, agendo sul lato fiscale (riduzione dell’Irpeg, revisione dell’Irap), ma senza escludere un mini-intervento di «decontribuzione». Quarto: ritoccare la procedura di incentivi per i lavoratori che decidono di rimanere in servizio. In tutti i casi dovrà contare anche il parere dell’impresa. Ma la strategia del ministro dell’Economia dovrà misurarsi con una serie di difficoltà. La prima è di tipo politico. Nei giorni scorsi Maroni ha chiarito che non è pensabile riformare le pensioni senza il consenso dei sindacati. Il vice premier, Gianfranco Fini, considera, invece, ancora aperto il confronto su tfr e decontribuzione. Con un’avvertenza, però: «Questo non è un governo eterodiretto, né dai sindacati, né da Confindustria». Come dire: non è affatto detto che gli industriali facciano «l’en plein» su licenziamenti e pensioni. L’altro ostacolo sta nelle divisioni tra le aziende. Le grandi imprese, a cominciare dalla Fiat, sostengono una linea più morbida sulle pensioni, difendendo istituti come le rendite d’anzianità che svolgono una funzione preziosa nelle fasi difficili (l’alternativa sarebbero i licenziamenti). Dall’altra parte D’Amato guarda oltre la congiuntura e insiste sulle riforme strutturali (e quindi disincentivi per le mini-pensioni, decontribuzione).
      Per mettere tutti d’accordo, forse, ci vorrebbero più soldi. Ma ieri il ministro Maroni, rispondendo a una domanda del segretario della Cgil Sergio Cofferati, ha fatto notare che «gli oltre 400 miliardi stanziati per la cassa integrazione in Finanziaria sono già impegnati dalle situazioni esistenti». «E se la Fiat chiede lo stato di crisi?», hanno chiesto i sindacalisti. «Quando avremo il piacere di conoscere il loro piano industriale vi darò una risposta», ha replicato Maroni.
Giuseppe Sarcina


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