Sul Tfr gli italiani non decidono

02/07/2007
    sabato 30 giugno 2007

    Pagina 23 – Economia & Finanza

    I DATI PARZIALI: SOLO 30 LAVORATORI SU 100 HANNO COMPILATO I MODULI. MA È POSSIBILE UN RUSH FINALE

    Sul Tfr gli italiani non decidono

      LUIGI GRASSIA

      TORINO
      Oggi è l’ultimo giorno utile per scegliere la destinazione del Tfr (cioè la liquidazione) di 13 milioni di dipendenti del settore privato. I giochi sono praticamente fatti ma ancora non ci sono i numeri, perché la Covip, commissione di vigilanza sui fondi pensione, farà i conti solo la settimana prossima. Per azzardare una previsione si può fare affidamento su due rilevazioni recentissime, una della Gidp/Hrda (Associazione direttori risorse umane-Gruppo direttori del personale) e una di Assogestioni-Eurisko.

      I direttori del personale (di imprese di varie dimensioni, dalle piccolissime a quelle oltre i mille dipendenti) fanno sapere che le scelte vanno a rilento: una decina di giorni solo il 30,30% dei lavoratori aveva consegnato in azienda il modulo compilato con la scelta, mentre il 69,70% mancava all’appello. Solo un «rush» nell’ultima decade potrebbe aver cambiato il quadro. E fra coloro che hanno espresso il parere c’è quasi perfetta parità fra il 49,14% che ha deciso di conferire il Tfr alla previdenza complementare e il 50,86% che lo vuol lasciare in azienda. Queste preferenze vanno ulteriormente specificate: chi ha preferito i fondi nell’84,67% dei casi ha optato per un fondo chiuso e solo nel 15,33% per uno aperto.

      Il ministro del Lavoro Damiano punta a un 40% di adesioni alla previdenza complementare: ci si arriverà? Secondo un monitoraggio di Assogestioni-Eurisko, a metà giugno solo il 28% dei lavoratori voleva aderire a un fondo pensione, mentre il 63% non ne voleva sapere e il 9% era indeciso.

      Se la platea dei lavoratori è perlopiù diffidente nei confronti della previdenza complementare, c’è però una norma che potrebbe alterare ogni calcolo; esiste infatti la regola del silenzio/assenso, in base alla quale se entro oggi il dipendente non farà conoscere la sua decisione, si darà per scontata la sua volontà di destinare il Tfr ai fondi pensione complementari; il denaro finirà allora al fondo individuato dalla contrattazione aziendale, se esiste, o in sua assenza al Fondinps, forma residuale creata presso l’Inps. Al riguardo c’è da notare almeno un paio di cose: la prima è che in quest’ultimo caso, cioè in assenza di una scelta esplicita, il lavoratore non beneficerà del contributo del datore di lavoro (in genere attorno all’1% dello stipendio lordo); la seconda è che l’inerzia del dipendente va a gonfiare il totale di coloro che fanno confluire il Tfr nei fondi.

      Un dubbio: non finirà per caso che molti lavoratori crederanno, non scegliendo niente, di lasciare il Tfr in azienda, e invece con il loro silenzio si troveranno ad aderire alla previdenza complementare senza averlo voluto? «Se questo avvenisse» risponde al telefono Elsa Fornero, del Nucleo di valutazione delle spesa previdenziale, «non sarebbe un buon segno: vorrebbe dire che una campagna di informazione durata mesi è stata fatta molto male». Giuliano Cazzola (del Centro studi Marco Biagi) ritiene che «un 40% di lavoratori sindacalizzati sceglierà i fondi collettivi, mentre lo farà solo un 15% degli altri»; ma sul peso che avrà il silenzio/assenso non si pronuncia.