Sul tavolo piombano i «miliardi» delle simulazioni

20/06/2007
    mercoledì 20 giugno 2007

    Pagina 3 – Economia

    TRATTATIVA – Irritazione dei sindacati per le cifre (rese note ieri da alcuni quotidiani) che impedirebbero qualsiasi intesa

      E sul tavolo piombano i «miliardi» delle simulazioni

      di Felicia Masocco / Roma

        Un accordo che si deve fare. Come alla fine si è fatto il contratto per gli statali. Ha interesse il governo a farlo, pena una rottura con il sindacato che riempirà le piazze, una spaccatura nella coalizione che significherebbe una crisi senza ritorno, per non parlare delle accuse fin troppo facili di non aver tenuto fede alle promesse elettorali. Hanno interesse a trovare un’intesa anche i sindacati se non si vogliono ritrovare al 31 dicembre davanti allo scalone di Maroni (o Maroni al governo con tutta la sua riforma) che da gennaio alza di tre anni (da 57 a 60) l’età per le pensioni di anzianità. Nessuno si nasconde le enormi difficoltà a trovare una mediazione che tutti possano ingoiare, ma a otto giorni dal termine fissato per stringere un’intesa, l’«obbligatorietà» a cercare convergenze sembra l’unico collante di una situazione per il resto confusa. E c’è da scommettere che prevarrà. Vanno letti in quest’ottica gli umori della giornata di ieri, iniziata con il barometro che dava burrasca e terminata con facce un po’ più distese per i «passi avanti» compiuti al vertice tra governo, sindacati e imprese.

        Con buona pace dei «tecnici» del Tesoro che in momenti topici irrompono sui tavoli di trattativa con questa o quella simulazione. Neanche avessero per compito quello di boicottare negoziati, di condizionarli, di mettere in difficoltà i governi e maldisporre le delegazioni. Era successo con il contratto degli statali, è successo anche ieri quando a mezzo stampa (di una parte della stampa, perché i «simulatori» si scelgono le casse di risonanza) sono stati resi i conti sullo scalone, di quanto cioè ci vorrebbe per superare la riforma Maroni. Cifre altissime che se accolte dal tavolo aperto a Palazzo Chigi di fatto renderebbero impossibile qualsivoglia intervento. Secondo lo studio l’abolizione totale dello scalone costerebbe 65 miliardi in dieci anni mentre una sua attenuazione attraverso scalini costerebbe almeno un miliardo l’anno.

        Come per il contratto per gli statali, si assiste a una querelle tecnici versus politici. E ancora una volta i sindacati accusano il ministro Tommaso Padoa-Schioppa ieri convitato di pietra, assente alla riunione e criticato per le simulazioni trapelate dal suo ministero. Non solo i leader di Cgil, Cisl e Uil, ma anche da Palazzo Chigi hanno fatto sapere di non aver gradito il blitz mediatico.

        Preoccupato dei conti, fautore del rigore e del risanamento, il ministro dell’Economia ha sempre sostenuto che ogni intervento sul sistema previdenziale deve portare gli stessi risparmi di spesa che Berlusconi si era impegnato a garantisce con la sua riforma. Se però i risparmi sono quelli «simulati» non si capisce dove cercare per la copertura finanziaria.

        Come per il contratto degli statali, l’iniziativa sta al premier. Irritato per le indiscrezioni di stampa, Romano Prodi ha aperto il vertice di ieri ribadendo l’importanza per il paese di trovare un accordo e di farlo in tempi brevi. Tocca a lui convincere il titolare del Tesoro a fare un passo indietro.

        Ad ogni buon conto, Guglielmo Epifani ha chiesto che un eventuale accordo (che deve essere complessivo, non solo sull’età pensionabile) venga portato in consiglio dei ministri e raccolto in un decreto. Dal canto suo, avvierà un referendum tra i lavoratori.
        Sarebbe una doppia «blindatura» che oltre che ricomporre i dissidi con i rigoristi metterebbe a tacere (o al contrario farebbe esplodere con le conseguenze del caso) la contrarietà della sinistra radicale che continua a chiedere l’abolizione dello scalone quantunque il programma elettorale parli di superamento. E, dal lato Cgil, chiuderebbe «democraticamente», il contrasto con la Rete 28 aprile di Giorgio Cremaschi e con la Fiom che probabilmente non voterebbe gli scalini.

        Del resto i metalmeccanici furono l’unica categoria che votò contro la riforma Dini. Le altre votarono a favore.