Sul piatto mancano le pensioni

06/06/2002




            Sul piatto mancano le pensioni
            di Elsa Fornero

            La riforma della previdenza non merita più neppure un "tavolo" di confronto? Dopo anni di accese discussioni sulla gravità del problema, di diagnosi più o meno precise sulla natura e sulle cause degli squilibri, di esortazioni a "fare di più" (rispetto alle riforme già introdotte negli anni 90), ora che il dialogo tra le parti sociali è ripartito – sia pure in modo monco – il tema delle pensioni scompare dalla scena, declassato a materia che si potrà affrontare in occasione della stesura del prossimo Documento di programmazione economica e finanziaria. Come per effetto di uno sforzo di esorcizzazione collettiva, il problema è rimosso e ci si illude che sia possibile costruire un "grande accordo" sul welfare, come ha auspicato il ministro Maroni, tenendo l’assetto del sistema pensionistico fuori della trattativa. Di fronte a una simile situazione, due interpretazioni sono possibili: la prima, improntata all’ottimismo, è che, dopo tanti allarmismi, la spesa previdenziale abbia finalmente imboccato un sentiero finanziariamente sostenibile, per effetto delle riforme già attuate e delle ulteriori misure previste nel disegno di legge delega, tese a rafforzare gli incentivi fiscali e contributivi all’aumento dell’età media di pensionamento, attraverso la rinuncia alla pensione di anzianità. La seconda, improntata al pessimismo, ritiene che il potenziale di "conflittualità sociale" insito nella questione previdenziale, una volta che la si affronti in dettaglio e in profondità, sia persino superiore a quello dell’articolo 18 e che, pertanto, sia politicamente preferibile rinviarne la soluzione a tempi migliori (o semplicemente lasciarla in eredità ad altri Governi, considerato che gli orizzonti della previdenza sono sicuramente più lunghi di quelli, pur non brevi, dell’attuale Esecutivo). La prima interpretazione è difficilmente accettabile. Certo, le previsioni di spesa dopo le riforme appaiono decisamente più contenute rispetto a quelle precedenti le riforme. Tuttavia, non soltanto le proiezioni non lasciano molti margini di dubbio su un suo ulteriore aumento, a partire da un livello che è già il più elevato nel contesto dei Paesi europei, ma, ciò che più conta, tale spesa sarà fonte, nei prossimi decenni, di crescenti disavanzi, dell’ordine di svariati punti percentuali del Pil. E ciò non tanto perché le riforme degli anni 90 – e, in particolare, l’adozione del metodo contributivo di calcolo delle pensioni – non abbiamo profondamente cambiato il modo di funzionare della previdenza pubblica, ma perché quelle riforme sono applicate in modo troppo lento per contrastare efficacemente gli effetti negativi del cambiamento demografico, con il previsto raddoppio del rapporto tra pensionati e popolazione attiva nei prossimi trent’anni. Un’osservazione, questa, che si può facilmente estendere alle misure di contenimento della spesa previste nel disegno di legge delega: sostanzialmente condivisibili in linea di principio, ma troppo blande rispetto all’entità degli squilibri che si propongono di correggere. In realtà, le ragioni per le quali la trattativa sulla riforma previdenziale è separata da quella sul lavoro sono essenzialmente di natura politica. Secondo la logica economica, infatti, le due riforme dovrebbero procedere in parallelo. Una prima ragione è scritta nella stessa delega previdenziale, là dove essa prevede una decontribuzione sui nuovi assunti, espressamente concepita come incentivo al lavoro dei giovani, sui quali l’aliquota del 33 per cento pesa come un macigno. È dubbio che una "buona" intenzione – l’incentivo a creare lavoro – basti a giustificare una "cattiva" misura – la decontribuzione a parità di pensione. In ogni caso, ciò dimostra quanto sia stretto il collegamento tra lavoro e previdenza e quanto sia illusorio parlare dell’uno trascurando completamente l’altra. Vista sotto il profilo previdenziale, la decontribuzione non soltanto crea un disavanzo addizionale, ma mina altresì alla base quel principio contributivo a cui la riforma del ’95 ha correttamente affidato il raggiungimento, nel lungo periodo, dell’equilibrio finanziario tra entrate e uscite. Una seconda ragione è la forte espansione del lavoro atipico, caratterizzato da un livello di contribuzione molto più basso di quello del normale lavoro dipendente, un altro segno del collegamento, in negativo, tra il mantenimento a favore di poche generazioni di una previdenza scarsamente efficiente e molto costosa e la creazione di consistenti segmenti del mondo del lavoro caratterizzati da un insufficiente risparmio previdenziale. La terza ragione è legata agli ammortizzatori sociali e al vuoto che, in tale ambito, sarebbe generato dal previsto dirottamento obbligatorio del Tfr alla previdenza integrativa. Gli ammortizzatori sociali necessari a un mercato del lavoro più flessibile di quello attuale, infatti, richiedono risorse; poiché la spesa previdenziale assorbe circa i due terzi della spesa complessiva per il welfare e il Governo ha assunto l’impegno di ridurre la tassazione, è difficile non vedere nel contenimento della spesa previdenziale una importante fonte per tali risorse. È certo un bene che, sul piano del dialogo, le cose comincino a muoversi. Siamo però di fronte a un ben strano tentativo di patto sociale: non solo uno dei partecipanti si comporta come un "convitato di pietra", ma uno dei piatti forti del convivio manca del tutto.

            Giovedí 06 Giugno 2002