Sui salari è già braccio di ferro

17/07/2002


17 luglio 2002



La stagione dei contratti – In vista dei rinnovi d’autunno i confederali insistono: aumenti oltre i tetti del Dpef
Sui salari è già braccio di ferro
Si apre il dibattito sui tempi della revisione degli assetti ma arriva l’altolà della Uil: le scadenze vanno rispettate
ROMA – La firma separata del Patto, che pure teneva dentro la conferma della politica dei redditi, non frena la rincorsa salariale d’autunno. Il punto è il rispetto dell’inflazione programmata fissata dal Governo all’1,4% per il 2003 e bocciata da Cgil, Cisl e Uil come poco credibile e troppo distante da quella reale. I prossimi rinnovi contrattuali, quindi, daranno sostanza ai timori di Governo e imprese; timori che, appunto, avevano spinto a inserire nel Patto anche il Protocollo del ’93. A rompere il fronte è stato il segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta, che ieri ha ribadito: «L’inflazione prevista si aggirerà attorno all’1,8-1,9%, superiore quindiallaprevisione dell’1,4%. Per questa ragione va valutata la possibilità di modificare la metodologia della contrattazione». Il messaggio è chiaro: il modello del ’93 non regge più ed è necessario riformare gli assetti contrattuali. Il punto è quando affrontare la discussione? Se infatti le tre organizzazioni sindacali sono d’accordo sul fatto che «il tema c’è», potrebberotrovaredivergenzesui tempi per allestire un negoziato sulla revisione dei contratti. Farlo subito, a settembre, come propone Pezzotta potrebbe infatti «scaricare» la trattativa sui prossimi contratti magari provocando un rinvio dei rinnovi in scadenza. Un’ipotesi bocciata da Confindustria come ha ieri confermato il direttore generale, Stefano Parisi: «Sarebbe un errore gravissimo scaricare questa questione sulla prossima tornata contrattuale che deve svolgersi secondo le regole del ’93». Ma l’altolà è arrivato anche dalla Cgil e dalla Uil. «Non vorrei – ha detto il numero due della Uil, Adriano Musi – che dietro alcune dichiarazioni responsabili sull’esigenza di rivedere il modello, possa alla fine scattare un meccanismo opportunistico di ritardare i rinnovi in scadenza». E il futuro segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, nei giorni scorsi aveva rinviato la discussione al 2003. Insomma, le scadenze contrattuali, quelle del pubblico impiego (che dovranno trovare copertura in Finanziaria) e dei meccanici vanno rispettate. A quanto pare, però, senza il vincolo dell’inflazione programmata fissata dal Governo. «I rinnovi non si faranno al l’1,4%», avverte Musi mentre la Cgil lascerà fare alle categorie bollando già come «non credibile» il tasso fissato nel Dpef. Un «viatico» di cui sembrava non aver bisogno la Fiom che infatti ha già annunciato di mettersi fuori dai binari della politica dei redditi. Ad aprire ufficialmente un varco sull’accordo del ’93 è stato Savino Pezzotta che ha anticipato la battaglia d’autunno sui salari: cioè, i rinnovisifarannosopra all’1,4% e contestualmente si deve riformare il modello. La reazione delle imprese non si è fatta attendere. Il direttore generale di Confindustria, Stefano Parisi, ha incalzato il leader della Cisl sul rispetto della politica dei redditi ricordando che l’inflazione non è mai stata negoziata. E ieri è arrivata la replica dal numero uno di Via Po: ««Non credo – ha detto Pezzotta – che se si arriva a concordare il tasso di inflazione programmata si contraddica l’accordo del 23 luglio ’93. Anzi, se ne accoglie in pieno lo spirito. Rispetto al ’93 c’è una novità fondamentale, cioè l’Unione monetariaeuropea.Abbiamodetto che l’1,4%, non tutela il salario reale. Quindi i meccanismi che portano al calcolo dell’inflazione programmata vanno cambiati». Anche il Governo ieri è intervenuto: «Il nostro modello contrattuale è un ferro vecchio», ha detto il sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi ribadendo la validità del Protocollo del ’93. Certo, non sarà facile affrontare la riforma. Alla Confindustria che respinge un secondo livello esigibile per tutti e propone un unico livello contrattuale «per negoziare il salario una volta sola» si oppongono le ricette di Cgil, Cisl e Uil. Per il sindacato di Sergio Cofferati il livello nazionale va confermato nel suo peso e va esteso il secondo livello a tutti. Anche la Uil conferma due livelli di contrattazione con durate contrattuali più lunghe (tre anni) cercando di non sovrapporre temporalmente i negoziati. La Cisl invece propone un alleggerimento del primo livello rafforzando la contrattazione aziendale rendendola obbligatoria per tutte le imprese.

Lina Palmerini