Sui nuovi Albi l’incognita Università

29/05/2001

Il Sole 24 ORE.com



    Riforme a rischio
    Le perplessità della maggioranza sul riordino delle lauree mettono in crisi i percorsi di accesso agli Ordini

    Sui nuovi Albi l’incognita Università
    Contrari allo stop dottori commercialisti e ragionieri – Soddisfatti gli ingegneri che invitano a limitare i danni
    Maria Carla De Cesari
    ROMA. Albi su due livelli modellati sulla base della riforma universitaria: la riforma è costata un anno di lavoro della commissione di esperti presieduta da Giampaolo Rossi, che l’ha discussa con i vertici degli Ordini potrebbe finire cestinata (o congelata) subito dopo la pubblicazione sulla «Gazzetta Ufficiale». Almeno questo potrebbe essere il destino stando alle parole di Giuseppe Palumbo, esponente di Forza Italia, secondo cui, in analogia a quanto accadrà per la riforma dei cicli scolastici, uno dei primi Consigli dei ministri bloccherà l’autonomia universitaria. Senza i nuovi corsi in sequenza della laurea e della laurea specialistica — cui ha lavorato fin dal ’97 il sottosegretario all’Università, Luciano Guerzoni — verrebbe meno il presupposto per gli Albi in due sezioni, rispettivamente per i possessori dei titoli di primo e di secondo livello. E anche per i diplomati universitari, che hanno atteso giusto dieci anni per vedere sancito uno sbocco professionale.
    «Non abbiamo mai nascosto — afferma Sergio Polese, presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri — la nostra opposizione alla riforma per le conseguenze sul grado di preparazione dei giovani e per le ricadute sul fronte professionale. Quindi se il nuovo Governo ci rimetterà mano non potremo che essere contenti. Tuttavia, con questo non auspichiamo confusione nel Paese: la riforma universitaria è più dannosa che utile ma bisogna trovare il modo per limitare i danni».
    Tuttavia, è proprio nell’area di ingegneria (e di economia) che i vecchi corsi triennali dei diplomi universitari hanno prodotto i migliori risultati circa la contendibilità dei titolari sul mercato del lavoro privato, con il paradosso dell’esclusione dall’attività professionale. E sembra che (si vedano i servizi a pagina 7) sia difficile bloccare d’imperio la progettualità degli atenei che hanno esercitato l’autonomia nell’offerta formativa. E dunque ci sarà comunque bisogno di una rispondenza sul piano degli ordinamenti professionali.
    Per William Santorelli, presidente del Consiglio nazionale dei ragionieri, l’aver affidato la "fusione" con i dottori commercialisti a una legge ordinaria — dopo aver concordato il percorso e le regole per il periodo transitorio — mette al riparo l’allenza dagli scossoni che potrebbero tormentare la riforma universitaria. «Tuttavia — spiega Santorelli — come cittadino spero che l’impianto del "3+2", che è condiviso a livello europeo, non sia rivoluzionato».
    Secondo Francesco Serao, presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, è irragionevole "fermare le macchine" nel momento in cui i ragazzi devono scegliere a quale corso immatricolarsi. «Certo — ammette Serao — la riforma potrà essere corretta in itinere. E anche il regolamento relativo alle professioni potrà essere emendato, magari anche sulla questione della qualifica per i laureati, che sta a cuore agli Ordini dell’area tecnica». Piuttosto, il Governo — chiede Serao — deve concentrarsi su altri temi, primo fra tutti la legge sul federalismo che tra le materie affidate "in concorrenza" alle Regioni prevede anche le professioni. Proprio l’espressione generica — secondo Serao — potrebbe portare a una legislazione a mo’ di Arlecchino. Un pericolo che va evitato a tutti i costi.
    Il confronto sul regolamento per "coniugare" riforma universitaria e requisiti per l’accesso agli Albi, redistribuendo anche le competenze tra i due livelli degli Ordini, ha di nuovo messo sotto i riflettori i rapporti tra professioni che occupano spazi "vicini".
    «Dal testo definitivo del regolamento — afferma Giorgio Bianchet, presidente del Consiglio nazionale dei periti industriale — è sparito l’articolo che demandava a successivi regolamenti la possibilità di federare o a unificare Ordini e Collegi il cui oggetto professionale tende in più punti a sovrapporsi. Ora questo compito va esercitato direttamente dalle professioni, che devono trovare la forza di sedersi attorno a un tavolo anche per discutere delle competenze».
    L’obiettivo di Bianchet è mettere fine — attraverso la concertazione tra le categorie — alle lunghe querelle giudiziarie sulle attribuzioni. Secondo il presidente dei periti industriali il regolamento approvato giovedì scorso dovrà essere corretto in base all’accordo tra le categorie che potrebbe mettere fine alla duplice possibilità di accesso dei laureati. La ripartizione — prefigura Bianchet — verrà razionalizzata nel senso che i laureati saranno iscritti ai Collegi, mentre i laureati specialisti faranno capo agli Ordini.
    Attraverso il regolamento approvato giovedì scorso, la "conquista" della laurea — oltre che una garanzia per migliorare la preparazione dei professionisti — ha fatto sì che i Collegi abbiano finalmente un passaporto per l’Europa: la direttiva 92/51 Cee consente infatti il riconoscimento reciproco di professionalità che hanno alle spalle tre anni di formazione post secondaria.
    Martedì 29 Maggio 2001
 
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