Sui diritti governo contro Cgil

22/01/2003

        22 gennaio 2003

        Sui diritti governo contro Cgil
        Lettera della confederazione sull’art.18: estensione per legge. Maroni: impossibile

        Felicia Masocco

        ROMA Sul referendum per l’estensione
        dell’articolo 18 la Cgil ribadisce la
        posizione della confederazione, «è
        uno strumento inadeguato» si dice
        in una nota partita da Corso d’Italia
        all’indirizzo di tutte le strutture, la
        via da seguire per estendere i diritti
        «è quella di una legge». Cosa che per
        il governo non sta né in cielo né in
        terra, il ministro Roberto Maroni ieri
        ha ribadito che «non c’è alcuna
        possibilità» di un percorso legislativo
        perché sarebbe «in contrasto con
        il Patto per l’Italia», e contestualmente
        ha suonato la carica per i licenziamenti
        facili: la delega 848 bis è in
        calendario la prossima settimana e
        non sono previsti emendamenti sull’articolo
        18.
        Quando la delega sarà approvata
        la Cgil procederà con il suo referendum
        per abrogarla, oltre 5 milioni di
        cittadini hanno detto sì a questa proposta
        come pure a proposte di legge
        che estendano i diritti e gli ammortizzatori
        sociali. Il responsabile organizzativo
        di Corso d’Italia, Carlo
        Ghezzi, lo ha ricordato a tutte le
        strutture ricostruendo le tappe di
        una battaglia segnata dal direttivo
        del giugno scorso in cui si votò la
        scelta della legge per l’estensione delle
        tutele e si costituì un gruppo di
        lavoro per elaborarla.
        Di qui la necessità di dire agli
        iscritti che «discussioni ed energie
        impegnate oggi a misurarsi su soluzioni
        diverse indeboliscono la credibilità
        e il sostegno delle soluzioni legislative
        da parte dell’organizzazione
        e delle persone che le propongono».
        In ogni caso sul comportamento
        da tenere verso il referendum
        estensivo deciderà un altro direttivo:
        com’è noto la Fiom, i metalmeccanici
        della Cgil, e la sinistra della confederazione
        (ex Lavoro e società Cambiare
        rotta) sono tra i promotori della
        consultazione referendaria. Anche
        per questo dalle strutture del sindacato
        sono in molti a chiedersi che
        cosa fare, ad esempio, ora che si stanno
        costituendo i comitati per il
        “no”. La nota di Carlo Ghezzi ricorda
        come la Cgil si sia espressa solo in
        due referendum oltre a quello su monarchia
        e Repubblica: ossia su quello
        contro l’abolizione della delega sindacale
        del ‘95 e quello contro l’abrogazione
        dell’articolo 18 del maggio
        2000. «Ma in entrambi i casi – afferma
        Ghezzi – i comitati referendari
        furono composti da persone, senza
        adesione dell’organizzazione in
        quanto tale».
        L’adesione al referendum divide
        il maggiore sindacato e divide i Ds.
        Le diverse posizioni interne alla
        Quercia sono emerse anche ieri all’assemblea
        dei senatori. Non c’è stato
        alcun voto, ma l’orientamento
        prevalente è quello di contrarietà al
        quesito in sé e anche all’ipotesi di
        una legge sui diritti almeno ora che
        non ci sono i numeri e che a farla,
        semmai, sarebbe la destra.
        Argomenti portati dal presidente
        del gruppo Gavino Angius per
        spiegare che la cosa più giusta da
        fare è «votare no» al referendum. «È
        un’iniziativa sbagliata, che divide la
        sinistra, che rischia di dividere l’Ulivo,
        senza portare alcun beneficio ai
        lavoratori», ha detto Angius. Il quale
        non ha nascosto il suo «scetticismo»
        sull’approvazione di una legge «per
        l’ovvia ragione che dovrebbe essere
        messa nelle mani della destra».
        «Non credo – ha aggiunto – che Berlusconi
        o la destra vogliano togliere
        le castagne dal fuoco alla sinistra».
        Bisogna quindi «votare no e ragionare
        dopo il referendum su come garantire
        i diritti dei lavoratori», partendo
        dalle proposte presentate dall’Ulivo.
        Pochi dubbi, per il presidente
        dei senatori che «la grandissima
        maggioranza dei Ds» sarà per il voto
        contrario. I dubbi ce li hanno però
        altri esponenti del partito, i senatori
        Piero Di Siena e Massimo Villone
        sono favorevoli ad appoggiare il referendum
        e il vicepresidente del Senato,
        Cesare Salvi è tra i suoi promotori.
        «La posizione del senatore Angius,
        certamente rilevante, è tuttavia
        una valutazione personale – fa notare
        Salvi -. Perché nè il gruppo si è
        pronunciato, dopo un’assemblea ricca
        e articolata nei giudizi, nè tantomeno
        la direzione del partito, che è
        comunque l’unica sede titolata ad
        esprimere un orientamento».