Sui contratti a termine può saltare tutto l´accordo

26/11/2007
    lunedì 26 novembre 2007

    Pagina 7 – Economia

      Retroscena

        Lo scontro sul limite di otto mesi imposto in Commissione dalla sinistra

          Ma sui contratti a termine
          può saltare tutto l´accordo

          ROMA – Sono i contratti a termine il vero ostacolo per la terza riscrittura del protocollo sul welfare. E l´esito non è affatto scontato. Perché sui lavori usuranti superare le diga innalzata dalla Ragioneria dello Stato (2,8 miliardi in un decennio dagli iniziali 2,5) sarà praticamente impossibile. D´altra parte, il governo avrà ancora tre mesi di tempo per definire con la delega legislativa la platea di lavoratori che avranno diritto ad andare in pensione di anzianità con le vecchie regole, 57 anni di età e 35 di contributi.

          La partita più delicata, e immediata, allora riguarda la modifica che la Commissione Lavoro della Camera, sotto la spinta della sinistra comunista della coalizione, ha apportato alla norma sui contratti a tempo determinato. Che questo sia il terreno minato per tutti gli attori in campo, lo si capiva bene ieri dalle riflessioni del responsabile economico di Rifondazione comunista, Maurizio Zipponi. «Le obiezioni di Dini sul rispetto delle compatibilità finanziarie – diceva – sono superabili. Anche noi sappiamo che va rispettato l´equilibrio economico: non siamo irresponsabili. Ben diversa – proseguiva l´esponente di Rifondazione – si presenta la sfida che ha lanciato la Confindustria. Ormai Montezemolo si erge a capo di un partito e fissa l´agenda dell´azione del governo. Non si era mai visto…». E, a parte la vicenda della class action approvata per errore nella Finanziaria e destinata ad essere rattoppata, è sui limiti temporali alla proroga dei contratti a termine che il pressing degli industriali, sul governo e sui partiti, sarà fortissimo. Proprio lo stesso campo nel quale Rifondazione ha impiantato la sua bandiera contro la precarietà.

          Rispetto alla versione originale, infatti, si prevede che la proroga del contratto a termine non possa superare gli otto mesi. Un vincolo che – secondo Lamberto Dini leader della pattuglia di senatori liberaldemocratici – «rischia di essere un potente generatore di nuova disoccupazione». E questo che anche Montezemolo ha direttamente detto a Prodi nell´incontro che hanno avuto venerdì scorso. «Una modifica unilaterale che stravolge l´obiettivo del protocollo, il quale lasciava libere le parti contraenti di definire il periodo della proroga». Linea su cui si sono schierate tutte le associazioni degli imprenditori. E anche la Cisl di Raffaele Bonnani, indisponibile a riaprire il confronto dopo averlo già fatto per le richieste della Cgil di Guglielmo Epifani.

          Palazzo Chigi è convinto, invece, che quella modifica sui contratti a termine, un po´ come le altre, non snaturi lo spirito del protocollo sottoscritto il 23 luglio scorso. Il ragionamento è il seguente. La mancanza di un limite temporale alla proroga (dopo 36 mesi di durata, compresi anche gli eventuali periodi di interruzione) avrebbe fatalmente condotto ad un ampio contenzioso giudiziario. Quindi, prima o poi, un tetto si sarebbe dovuto introdurre. Insomma dalla Commissione di Montecitorio sarebbe arrivato solo un miglioramento tecnico al testo. Da qui la convinzione che alla fine arriverà un testo «molto simile a quello iniziale del protocollo».

          Insomma non sarà sulla reintroduzione del job on call (il lavoro a chiamata praticamente inutilizzato) per alcuni settori produttivi (turismo, ristorazione, spettacolo) o sull´abrogazione dello staff leasing che, a memoria degli esperti, è stato adottato solo in una cooperativa modenese, che potrà inciampare la nuova trattativa. Il braccio di ferro è sui contratti a termine, con tanti giocatori. Nessuno dei quali vuole perdere.

          (r.ma.)