Sud, una ripresa solo apparente – di Massimo Lo Cicero

04/07/2002

Giovedí 04 Luglio 2002



Sud, una ripresa solo apparente
di Massimo Lo Cicero

Nel 2001, per il quarto anno consecutivo, la popolazione del Mezzogiorno si riduce. Non era accaduto neanche negli anni del miracolo economico. Quando una migrazione "biblica" spopolò le campagne meridionali e congestionò le periferie del triangolo industriale. In quegli anni difficili il tasso annuo di natalità meridionale compensava il deflusso dell’emigrazione: se gli emigranti erano 10 ogni mille abitanti, la popolazione del Mezzogiorno aumentava di 15 unità. Oggi questo non accade mentre la popolazione settentrionale cresce, sulla base dell’immigrazione interna e internazionale, in presenza di tassi negativi di natalità, quella meridionale decresce di oltre 60mila persone l’anno. La destinazione prevalente di questa migrazione è il Nord Est piuttosto che il Nord Ovest del Paese. Una dinamica demografica che getta un’ombra ulteriore sui dati relativi ai divari economici regionali italiani. Divario del Pil. Nei dati che la Svimez anticipa rispetto alla pubblicazione del rapporto annuale per il 2001 (che verrà presentato a metà luglio) si leggono un divario nei tassi di crescita del Pil e un divario nella dimensione del prodotto pro capite. La crisi del 2001 mostra come l’economia delle regioni settentrionali sia correlata alle dinamiche mondiali e come, al contrario, quella meridionale sia più isolata e dipendente dalla spesa pubblica e dalla domanda interna. Tra il 2000 e il 2001 il Nord Est accusa un crollo del tasso di crescita reale del Pil: dal 3,6 all’1,9 per cento. Il Nord Ovest cade da 2,5 a 1% ma, in percentuale sull’anno precedente, il Nord Ovest scende del 60% mentre il Nord Est scende solo del 47 per cento. Il Mezzogiorno cade dal 2,6 al 2,2%: andava più piano del Nord Est e rallenta di meno. Proprio perché non presenta un elevato grado di integrazione con il ciclo internazionale. Ma in termini di livello del prodotto pro capite l’accentuazione dei divari di benessere tra Nord e Sud è assai marcata. Nel 2001 il Pil pro capite delle prime due regioni italiane (Lombardia e Trentino) è di circa 27mila euro: il doppio delle ultime due regioni della graduatoria (Calabria e Campania) che arrivano solo a 13.400 euro. Fatto 100 il Pil pro capite italiano, nel 1980 quello meridionale era a quota 68,4 e quello del Centro Nord toccava quota 117,4. Nel 2000 i due valori erano, rispettivamente, 67,2 e 118,5. Nel 2001 sono 67,7 e 118,1. Emigrazione al Nord. Ma sia nel 2000 che nel 2001, nonostante le brillanti performance di tasso, il Nord Est presenta un reddito pro capite più basso di quello del Nord Ovest. Cresce poco il Nord Ovest ma mantiene un invidiabile primato di benessere. Questo risultato è anche la conseguenza della persistente riduzione di popolazione nel Mezzogiorno e del suo trasferimento nel Nord Est: l’emigrazione sostiene il valore pro capite del reddito nel Mezzogiorno e impedisce al Nord Est di superare la stagnante economia del Nord Ovest. C’è, infine, un’ultima differenza significativa. Sempre la Svimez ci segnala come, nel 2002, la quota degli addetti al terziario avanzato sul totale dei lavoratori sia più alta (7%) nel Nord Ovest che nel Nord Est (6,2%) fermandosi al 4,2% nel Mezzogiorno secondo una ricerca della Fita. Ovviamente i tassi di crescita nel Mezzogiorno sono assai più elevati che nell’altra metà del Paese. Purtroppo i dati provinciali, relativi a questo fenomeno, si fermano al 1999. La media nazionale, in quell’anno, della quota degli addetti al terziario avanzato sul totale degli occupati era del 5,3 per cento. Solo 16 province sono sopra la media e, di queste, solo due sono meridionali: Napoli con il 5,4% e Cagliari con il 5,3 per cento. La sola Trieste, tra le province del Nord Est, entra in questa testa di lista con il 7,1 per cento. Milano è al 9,6%, Torino al 7,1% e Genova al 6 per cento. Tutte le altre province del Nord Est sono sotto la media nazionale. Meno benessere. Che cosa ci dicono queste misure dei divari interni all’economia italiana? Rivelano l’esistenza di forze divaricanti che, nel lungo periodo, potrebbero generare processi irreversibili di segmentazione. La distanza, in termini di benessere, tra Nord e Sud è aumentata rispetto al 1980. La posizione relativa delle regioni meridionali, rispetto alla media dello stesso Mezzogiorno, sempre in termini di benessere, cioè di reddito pro capite, si è modificata. Nel 1980 le regioni più distanti dalla media meridionale per difetto, erano Calabria e Basilicata. Le più lontane per eccesso erano Abruzzo e Puglia. Oggi le più lontane per difetto sono Calabria e Campania mentre quelle che svettano, ma sono sempre inferiori alla media nazionale, sono Abruzzo e Molise. Sorprende la parallela caduta di Puglia e Campania e sorprende la nascita di una grande depressa macroregione del basso tirreno: Campania e Calabria. Il Nord Est si conferma come un polo in crescita che assorbe capitale umano ma non presenta ancora uno sviluppo dei servizi comparabile con quello del Nord Ovest. L’economia di quelle regioni tracima sempre più in direzione dei Paesi destinatari dell’allargamento a Est dell’Unione europea e attende la nascita dei corridoi di collegamento con i futuri grandi protagonisti della scena mondiale: la Russia e la Cina. Globalizzazione. In questo quadro sembra poco produttiva l’attenzione che gli osservatori economici dedicano ai tassi di crescita del Pil come variabile segnaletica privilegiata. Essi dipendono sempre più dalla evoluzione del mercato mondiale e dalla correlazione tra l’economia locale e quella mondiale. La dimensione europea, e non più domestica, della leva finanziaria pubblica per alimentare la crescita non è stata capace, negli anni 90, di attivare un’espansione in cui i meridionali più intraprendenti potevano riporre la propria fiducia. Essi hanno preferito l’emigrazione alla scommessa sulle capacità endogene. Georgescu Roegen diceva che, in un mondo viziato dall’incertezza, la comunità deve minimizzare i rimpianti futuri. Non resta che augurarsi che i meridionali rimasti sulla propria terra non debbano, domani, coltivare un eccesso di rimorsi.