Su incentivi e stabilimenti Fiat e governo cercano l’intesa

29/01/2010

Il governo tira per la giacca Fiat, ma intanto è «già pronto ad offrire » gli ecoincentivi, anche se «in misura inferiore rispetto all’anno scorso », come recita una nota approvata ieri dal Consiglio dei ministri. Se ne parla oggi al ministero dello Sviluppo tra azienda, governo e parti sociali, convocati anche sul futuro di Termini Imerese, dove il clima si fa sempre più acceso e la produzione resta sospesa. Luca Cordero di Montezemolo, presidente Fiat, invoca il dialogo e assicura la «massima disponibilità» da parte dell’azienda. Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo, fa il sostenuto e risponde che il governo dialoga a patto che «in una logica di riorganizzazione » si difenda l’italianità del Lingotto e non si mettano a rischio i posti di lavoro. Questo significa forse che il governo farà di tutto per evitare la chiusura dello stabilimento di Termini? Certo che no, più semplicemente «se ci saranno chiusure – spiega Scajola – ci dovrà essere un lavoro comune per mantenere le realtà industriali». Saranno valutate insomma altre ipotesi, compito affidato a una task force tecnica, guidata da Giuseppe Tripoli. E potrebbe essere nominato un advisor. Ad oggi, l’unico progetto è quello, già presentato al governo, del finanziere siciliano-milanese Simone Cimino, presidente del fondo Cape Natixis, che con l’indiana Reva rileverebbe la fabbrica per farne un centro di assemblaggio di piccole vetture ecologiche. Interessati anche un fondo cinese e un’azienda lombarda di autobus elettrici.
FILI
Scajola sottolinea ancora come in questo momento«non fosse utile annunciare una cassa integrazione che non ha precedenti se non in tempi lontani e difficili», cig che rende più complicato il suo ruolo di mediatore tra azienda e sindacati. E «cominciamo- riprende – con il tavolo su Termini a cercare di riannodare i fili, anche se ora è più difficile». Tutt’altra musica per Gianni Rinaldini, segretario Fiom Cgil: «Il termine gentile per definire lo spirito con cui andiamo all’incontro è incavolati – dice –Quanto agli ecoincentivi, se Fiat ha questo atteggiamento non ha senso parlarne. In altri Paesi, come la Germania, non sono stati rinnovati». È chiaro che l’annuncio della cassa per tutti e la sospensione quasi totale delle attività a Termini «per motivi di sicurezza», dice la Fiat, dovuti ai 13 lavoratori della Delivery mail da nove giorni sul capannone per protesta contro il mancato rinnovo dell’appalto, non ha aiutato a creare il clima più propizio al dialogo.
NERVI TESI
Nel sito siciliano, intanto, è stata un’altra giornata di proteste e nervi tesi: in fabbrica sono entrate 300 persone su un totale di 1350. Ad alcuni operai la sospensione del lavoro sarebbe stata comunicata tramite una lettera ricevuta a casa. Oltre ai lavoratori sul tetto, Fiat accusa anche la mancanza di forniture: i blocchi ai cancelli dei giorni scorsi ne avrebbero impedito l’arrivo. «Abbiamo il sospetto che certe provocazioni dei vertici di Fiat, alla vigilia del tavolo nazionale, puntino a irrigidire le posizioni per far esplodere la tensione», dice Maurizio Bernava, segretario della Cisl Sicilia, bollando come «miopi e strumentali» le affermazioni dei vertici del Lingotto. Anche perchè, ricorda, il 2009 è stato unanno di crisi dappertutto; eppure, «nessuna altra azienda ha mostrato analoga chiusura e irresponsabilità». L’ad Sergio Marchionne, da Detroit, è invece serafico mentre spiega che le vendite di gennaio senza incentivi sono crollate, che quello della cassa per tutti non è un ricatto nei confronti del governo ma una decisione inevitabile, di cui peraltro Palazzo Chigi era al corrente («non è vero», ribatte Scajola). Tranquillo anche Montezemolo quando ribadisce «le condizioni di svantaggio competitivo dell’impianto di Termini e la non economicità industriale» che rendono impossibile proseguire la produzione oltre il 2011. Del resto, «portare a Pomigliano una produzione di grandi dimensioni, la Panda, è una decisione impegnativa, una scelta coraggiosa, che dimostra che la Fiat ha a cuore lo sviluppo industriale del Paese». Insomma, Pomigliano è salvo: che si pretende di più?