Stretta sull’assenteismo

23/03/2011

«L’indice di produttività rapporta la quantità di prodotto con le ore lavorate. Le ore prodotte sono la misurazione del prodotto realizzato, moltiplicando la quantità di pezzi per il tempo standard di produzione di ciascun pezzo. Le ore di presenza si riferiscono alle ore di effettiva presenza (straordinari inclusi) dei lavoratori nelle varie linee di prodotto considerate». Il capitolo indice di produttività dell’accordo integrativo 2011-2014 delle Raccorderie metalliche comincia così e dà la tendenza di quello che si legge con sempre maggiore frequenza negli integrativi di nuova generazione. Facendo un esempio e prendendo la linea di prodotto carbonio, se l’indice è maggiore di 0,94 spetterà il 75% del premio, se è maggiore a 0,98 spetterà il 100% del premio, se è maggiore a 1,02 spetterà il 120% del premio. Più sale l’indice più sale il premio, più si abbassa l’indice più cala il premio. La vulgata del sindacalese del documento è che il premio di produzione da adesso in poi andrà solo a coloro che «avranno dato un contributo significativo all’aumento della produttività», spiega Vincenzo Sidoti, responsabile delle relazioni industriali dell’azienda.
Quello che si legge in molti accordi di secondo livello che hanno lanciato l’affondo sull’assenteismo breve per Maurizio del Conte, giuslavorista della Bocconi è la conseguenza del fatto che «il nostro paese ha fatto una scelta di bassa produttività e bassi salari. I nuovi meccanismi incentivanti, così impostati, sono utili contro la finta malattia ma è paradossale che l’azienda sembri pagare due volte il lavoro. Quello che accade nel nostro paese è che la controparte datoriale deve partire dal presupposto che la produttività è bassa e il tasso di assenteismo è alto: quindi non si possono concedere forti aumenti nella contrattazione collettiva nazionale. Poi però per fare funzionare normalmente, non con alti livelli di produttività, un impianto, si cerca di recuperare sul secondo livello. Il nostro è un sistema arretrato, molto lontano da quello di altri paesi dove il premio di produttività si concede in seguito a un forte aumento della produttività non per schiodare l’alto tasso di assenteismo breve che crea problemi nella gestione degli impianti. Di questo passo il modello tedesco non lo raggiungeremo mai».
I contratti integrativi che hanno creato un moltiplicatore del premio di produttività legato alla presenza stanno cominciando ad essere significativi, senza che vi sia una tradizione di settore. Si va dalla meccanica con l’integrativo delle Raccorderie metalliche, alla ceramica con quello dell’Ideal Standard, alla distribuzione con quello di Obi, al tessile con quello del gruppo Marzotto, al calzaturiero con quello di Artisans shoes. Quasi sempre le parti concordano che per il calcolo dell’assenteismo tra i parametri si considerano le malattie brevi, inferiori a 20 giorni, esclusi i casi di ricovero ospedaliero, il congedo matrimoniale, i permessi non retribuiti, i permessi studio, l’allattamento.
E mentre gli integrativi stanno facendo il loro corso, c’è un contratto collettivo nazionale, quello del commercio, che ha espugnato una roccaforte che nemmeno i meccanici erano riusciti a espugnare: la carenza. Con l’intesa siglata a fine febbraio è stato deciso che per malattie inferiori a 12 giorni i primi due eventi vengono pagati al 100% per i primi 3 giorni (periodo di carenza) dal datore di lavoro, il terzo e il quarto al 50% e dal quinto in poi viene a mancare la copertura. E non è poco realistico ipotizzare che Confcommercio abbia aperto una strada per molti altri settori. In un’intervista di qualche mese fa a questo giornale, il presidente di Federmeccanica, Pierluigi Ceccardi, osservò che «i tre giorni di carenza furono concessi da un contratto dei metalmeccanci degli anni ’70 ma di questa concessione è stato fatto un abuso e così è degenerato l’assenteismo. Le malattie di tre giorni in fabbrica non si riescono più a controllare». I metalmeccanici potrebbero essere i prossimi a rivedere questo istituto.
La carenza è stato uno dei diritti conquistati in decenni di lotte sindacali. Negli anni però quel patto che non prevedeva abusi si è incrinato. E quelle brevi assenze per malattia che cadono puntualmente vicino alla fine o all’inizio della settimana le imprese non sono più disposte a tollerarle e sia sul primo livello che sul secondo hanno aperto una discussione forte. Così come il ministro della pubblica amministrazione, Renato Brunetta.
Il fenomeno della malattia nel pubblico che ha sempre scontato un gap peggiorativo con il privato è stata arginata dalla riforma Brunetta, di cui uno studio intitolato L’efficacia relativa di incentivi monetari e controlli nell’affrontare l’assenteismo, curato da Francesco D’Amuri, ricercatore della Banca d’Italia, ha messo in evidenza l’effetto. Prima della riforma in Italia i dipendenti pubblici avevano tassi di assenza per malattia più elevati rispetto ai dipendenti privati con caratteristiche simili. Per ridurre questo gap il decreto legge 112 del giugno 2008 ha previsto la decurtazione di ogni componente accessoria della retribuzione per i primi dieci giorni consecutivi di assenza per malattia e l’estensione delle fasce di reperibilità per le visite fiscali. È emerso che prima della riforma i dipendenti pubblici e privati presentavano un andamento dei tassi di assenza nel tempo simile, ma la probabilità di un episodio di malattia era più elevata per i primi di 0,6 punti percentuali. Nel primo anno di applicazione la riforma ha comportato una riduzione dell’incidenza degli episodi di malattia nel pubblico del 26,4%. Riduzione tale da annullare il differenziale rispetto ai servizi