Stress da lavoro? Paga l’azienda

04/01/2002


VENERDÌ, 04 GENNAIO 2002
 
Pagina 25 – Cronaca
 
La Cassazione: se il dipendente ha un incidente a causa della fatica viene risarcito
 
Stress da lavoro? Paga l’azienda
 
 
 
Un’altra sentenza sottolinea il diritto ad essere non solo pagati ma anche utilizzati nelle proprie mansioni
 

ROMA — L’impiegato è troppo stressato? Il datore di lavoro può essere responsabile della «condizione lavorativa stressante» cui ha sottoposto il suo dipendente. Pertanto può essere chiamato a risarcire il danno. Lo ha affermato ieri la Cassazione occupandosi del caso di un dipendente di banca che aveva chiesto la condanna del datore di lavoro ad un miliardo, a titolo di risarcimento per i danni subiti in un incidente automobilistico causato da stress lavorativo. Per ben due volte l’impiegato si era visto negare il risarcimento: sia il Pretore che il Tribunale della capitale avevano sostenuto che non c’era un «nesso di causalità» tra l’incidente e lo stress da lavoro. L’uomo si è opposto in Cassazione sostenendo che l’incidente era stato causato dagli orari di lavoro «troppo stressanti», dalle condizioni di trasferta e dalle particolari condizioni familiari. Ora la Cassazione ha accolto le ragioni dell’impiegato in quanto «fondate», sottolineando che «anche una condizione lavorativa stressante può costituire fonte di responsabilità per il datore di lavoro, sempre che sia provata la sussistenza di un rapporto di causalità fra tale condizione e l’infortunio subito dal lavoratore». L’azienda, dunque, ora dovrà risarcire l’impiegato stressato.
Con una seconda sentenza ieri la Cassazione ha ribadito un altro principio importante. Il lavoratore deve potersi «esprimere» anche sul posto di lavoro. Se ciò non accade viene «leso il diritto fondamentale alla libera esplicazione della personalità del lavoratore». E non importa se riceve regolarmente lo stipendio. Infatti il «diritto negato», in quanto tale, va risarcito. E’ il caso di un dipendente romano che, pur avendo svolto le mansioni per le quali era stato assunto per tre anni, nei successivi 16 anni, pur continuando a ricevere lo stipendio, non era stato impiegato in alcuna attività. Una inoperosità che non era stata accettata dal dipendente che, non accontentandosi di ricevere la retribuzione senza fare nulla, si era rivolto alla giustizia. Il caso è finito in Cassazione dove l’Alta corte, riconoscendogli il diritto ad essere risarcito per il danno subito, ha fissato il principio secondo il quale la negazione o l’impedimento allo svolgimento delle mansioni lede il diritto fondamentale alla libera esplicazione della personalità del lavoratore.