“Storie” «I contributi? Se vuoi te li paghi tu»

12/11/2002







                      (Del 12/11/2002 Sezione: Cronache italiane Pag. 15)
                      «I contributi? Se vuoi te li paghi tu»
                      «Vieni venerdì che ti regolarizzo: ma il cantiere non c´era più»
                      le storie
                      Fabio Poletti

                      MILANO
                      PER loro dovranno inventare una nuova categoria, quella dei clandestini di ritorno. Sono l´esercito degli immigrati, colf, badanti, imbianchini, uomini delle pulizie e di fatica, doppiamente penalizzati dalla legge Bossi-Fini. Insieme col permesso di soggiorno hanno perso il posto di lavoro, licenziati da chi non vuole riconoscere il diritto ai contributi o alle ferie, la tredicesima e la malattia. «In tre giorni abbiamo raccolto oltre 2000 ricorsi contro i datori di lavoro, solo in Lombardia almeno 20000 immigrati non sanno però niente e non possono tutelarsi», dice Gabriele Messina della Cgil. «E´ un fenomeno che riguarda un immigrato su tre», spiega Ass Cassett di «Telefono Mondo». Nelle sedi sindacali, alla Caritas e negli uffici delle organizzazioni di volontariato, gli extracomunitari fanno la fila per denunciare gli ex datori di lavoro.

                      Vasile, 34 anni, Romania, muratore.
                      «Sono in Italia da due anni e mezzo. Lavoravo nel cantiere di un geometra milanese, anche 200 ore al mese. Quando c´è stata da fare la sanatoria gli ho detto che gli sarei venuto incontro, che mi sarei accontentato anche di 7 euro all´ora e gli avrei dato 800 euro per fare i documenti. Ci saremmo dovuti incontrare venerdì alle otto del mattino in cantiere. Ma quando mi sono presentato il cantiere non c´era più. Il geometra è sparito. Mi deve ancora un mese di paga».
                      Alina, 29 anni, Colombia, colf.
                      «La signora mi dava 500 euro al mese. Andavo da lei tutte le mattine. All´inizio mi ha detto che non poteva pagarmi i contributi, che me li avrebbe trattenuti sulla paga. Poi mi ha chiesto di firmare un foglio in cui dicevo che rinunciavo alle ferie e alla tredicesima. Alla fine mi ha detto che non dovevo andare più. E mi ha dato altri 500 euro come liquidazione, dopo 19 mesi di lavoro».
                      Jaime, 25 anni, Ecuador.
                      «Io e altri 140 ragazzi lavoravamo con la cooperativa "Cerca lavoro" di Cinisello Balsamo. Siamo tutti del Sud America e del Nord Africa. Si lavorava quando si poteva. Tre giorni a fare l´imbianchino, dieci a fare traslochi, sei mesi a fare le pulizie negli uffici. Ci pagavano ogni tanto. Quando c´è stata da fare la sanatoria, il titolare ha preteso 800 euro da ognuno. "Servono per i documenti", ci ha spiegato. Venerdì quando siamo andati alla cooperativa abbiamo trovato la porta chiusa. Mi devono ancora tre mesi di stipendio». Sonia, 26 anni, Ucraina, colf. «Ho lavorato per un anno in una casa del centro di Milano. Lui è un professionista, la signora lavora nella pubblicità, hanno due figli e ne aspettano un altro. La settimana scorsa stavamo andando in posta per prendere la domanda. Quando ho detto alla signora che ero incinta mi ha spiegato che non poteva permettersi di pagare la maternità e mi ha licenziato».
                      Ernesto, 32 anni, Filippine, domestico.
                      «Lavoravo in casa di un signore che ha tanti negozi di estetica a Milano. Mi dava 650 euro al mese per 8 ore al giorno. Mi diceva: "Se vuoi i contributi te li paghi tu". E io ho pagato 500 euro. Quando mi ha chiesto di fare anche le pulizie in uno dei suoi negozi le ho fatte anche se lo stipendio era sempre quello. Quando gli chiedevo di regolarizzare la mia posizione con la sanatoria, mi ripeteva sempre: "Va bene, domani". Venerdì mi ha licenziato».
                      Anna, 27 anni, Equador, colf.
                      «Ho lavorato per due anni in una famiglia. C´erano due bambini piccoli così la padrona un anno fa mi ha chiesto se andavo a vivere con loro. Mi dava 950 euro al mese se lavoravo tutti i giorni, anche la sera. Se però prendevo un giorno libero alla settimana mi dava 250 euro in meno. Con loro non ho avuto problemi. Ma dopo che è arrivata la legge hanno detto che non ero più la donna giusta, non avevano più fiducia in me e non ero più adatta a curare i bambini. Mi hanno licenziata. Ho perso il lavoro e anche la casa. Adesso mi ospitano dei connazionali».
                      Novel, 26 anni, Filippine, barista e domestico.
                      «Sono in Italia da due mesi. Di giorno facevo i mestieri in una famiglia, alla sera lavoravo in un bar. Per avere il permesso di soggiorno mi devono mettere in regola tutti e due i datori di lavoro, se no non bastano le ore. La famiglia dice che va bene ma i proprietari del bar non vogliono perchè dicono che costa troppo pagarmi i contributi».