Storia da «Decamerone» fra Vigilantes siciliani

07/06/2001
La Stampa web

 


Giovedì 7 Giugno 2001

STORIA DA «DECAMERONE» FRA VIGILANTES SICILIANI
«Se vuoi il lavoro, dammi tua moglie»
La richiesta a un metronotte di Palermo

PALERMO
SE non fosse stata raccontata davanti alla Corte di un’austera aula di giustizia, la storia che segue potrebbe essere liquidata come il parto di una mente fervida e particolarmente sensibile alle suggestioni di scolastiche riminescenze boccacesche. In buona sostanza è avvenuto che un teste sotto giuramento non ha avuto esitazioni nell’affermare che alcuni dirigenti dell’azienda presso cui lavora lo avrebbero costretto ad «offrire in prestito» la moglie per non essere continuamente sottoposto a vessazioni e, in ultima analisi, mantenere il posto di lavoro. Solo la fervida fantasia e una buona dose di cinismo avrebbero consentito al lavoratore- vittima di sfuggire, con uno stratagemma, alle «corna accertate», malattia che i palermitani – com’è noto – mal sopportano.
Ma andiamo con ordine. Questo pezzo di commedia dell’arte ha come palcoscenico un Istituto di vigilanza (metronotte) che si chiama «Città di Palermo». Nel microcosmo delle divise azzurre da tempo accadono liti e cose strane. Ci sia consentito il sospetto che potrebbe non essere estraneo al clima bollente una specie di sorda guerra sindacale tra diversi gruppi. Fatto è che la rappresentazione della guerriglia continua si è spostata e dalle assemblee infuocate si è passati alle denunce. Cose serie, se è vero che tutti – presunti carnefici e presunte vittime – sono finiti in Tribunale con tanto di seguito legale. Pubblico ministero, giudici, avvocati, accusati ed accusatori a scontrarsi sull’ipotesi di reato di violenza privata e condotta antisindacale. Il quadro dipinto dai denuncianti fa riferimento ad atteggiamenti davvero inquietanti: metronotte che, approfittando del ruolo pseudo ispettivo, finiscono per esercitare vere e proprie vessazioni pilotate dai vertici dell’azienda. Sull’attendibilità di tali racconti stava indagando la Corte, quando è avvenuto il colpo di scena. Un metronotte chiamato a testimoniare si è così abbandonato ai particolari di una sorta di Decamerone casereccio. «Ad un certo punto – ha precisato nell’elencare gli episodi antisindacali – mi hanno fatto chiaramente intendere che se volevo continuare a lavorare senza complicazione avrei dovuto dare in prestito mia moglie». Nell’aula giudiziaria è calato un clima di incredulità. Ma sarà vera questa storia che sembra riemergere dal Medioevo? Immaginate il dramma del povero metronotte, assediato da due fantasmi: la disoccupazione evidentemente già sperimentata e la perdita dell’onore, che in un posto come Palermo non è «disgrazia» da augurare a nessuno.
Avrà passato notti insonni, il metronotte. Che fare, come uscire da quel guaio? E, come tutte le persone abituate ad affinare la mente nella quotidiana battaglia per la sopravvivenza, alla fine ha partorito l’idea che avrebbe salvato capre e cavoli. Una donna l’avrebbe offerta in prestito, ma giammai la moglie. Così ha pensato di fare ricorso ad una professionista che, dietro compenso, si sarebbe «sacrificata», lasciando integra (almeno nella sostanza se non nella forma) l’onorabilità del lavoratore ricattato. Si è accordato con una prostituta e, stabilito l’onorario, l’ha presentata ai dirigenti viziosi come la legittima consorte. A sentire il protagonista, la farsa avrebbe funzionato e nessun sospetto ha turbato la consumazione di quel rito tanto simile allo «jus primae noctis». Resta da stabilire se il metronotte, con quello stratagemma, ha davvero risolto il suo problema. Dal punto di vista formale, infatti, e per l’ambiente di lavoro egli è stato certamente considerato «senza onore» . Nessuno, tranne lui, infatti, sa che la merce di scambio non è stata la moglie ma una prostituta. E a Palermo vale più ciò che appare e non ciò che è.
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