Stop di Maroni e sindacati: “No al Tfr in busta paga”

09/11/2001



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Stop di Maroni e sindacati
"No al Tfr in busta paga"

Il ministro del Welfare prende le distanze dal Tesoro: "Questa non è la strada dell’esecutivo"

RICCARDO DE GENNARO


ROMA – Il governo si spacca sull’ipotesi di «dirottare» un terzo della liquidazione dei lavoratori nelle loro buste paga. Il ministro del Welfare, Roberto Maroni, ieri, ha detto esplicitamente che la proposta uscita dal ministero dell’Economia «non è la strada del governo». Secca la bocciatura anche da parte dei sindacati («quel terzo verrebbe assorbito dal fisco e dai contributi»), dei dirigenti d’azienda (Cida) e dalle compagnie di assicurazione: «La speranza di vita si allunga, la terza e la quarta età richiedono sempre maggiori disponibilità economiche – ha sottolineato il presidente dell’Ania, Alfonso Desiata – attualizzare il Tfr sui bisogni correnti significa penalizzare quelli futuri».
È da tutti condivisa, invece, la destinazione delle quote future di Tfr ai fondi pensione per il decollo della previdenza integrativa. Le risorse finanziarie che verrebbero liberate dallo smobilizzo del Tfr (il trattamento di fine rapporto dei lavoratori, pari al 77,5 per cento della retribuzione) ammontano a circa 27mila miliardi all’anno. A questi miliardi, che fanno capo ai dipendenti privati, potrebbero poi aggiungersi gli 8mila miliardi annui dei dipendenti pubblici. Ma restiamo alla «torta» in mano ai privati.
Che farne? Per ora l’unico punto acquisito è che quelle risorse potrebbero avere un utilizzo più profittevole per i lavoratori e per l’intero sistema economico rispetto all’attuale meccanismo, che nella sostanza equivale semplicemente a una forma di finanziamento a costo zero per le imprese. Uno studio della Cgil dice che «nel periodo ‘82’99 le imprese italiane, grazie all’autofinanziamento assicurato loro dal Tfr, hanno risparmiato 111.575 miliardi in termini di minori oneri finanziari, considerando la differenza tra gli interessi a tasso di mercato che le imprese avrebbero dovuto corrispondere al sistema bancario e la rivalutazione di legge del Tfr». Lo stesso studio sostiene poi che «nello stesso periodo i lavoratori italiani (titolari di quelle risorse, ndr) hanno perso 83.117 miliardi, cifra che sarebbe andata loro in tasca se avessero potuto investire il flusso annuo di Tfr in Bot».
Per lungo tempo, gli industriali si sono opposti a quello che i più radicali tra di essi definivano «lo scippo del Tfr». Ora, viceversa, a fronte di partite dirette e indirette (a cominciare da un cospicuo «risarcimento» per la perdita di questa fonte di finanziamento), la Confindustria sembra disponibile ad accettare che le quote future del Tfr vengano destinate, su base rigorosamente volontaria, alla previdenza integrativa, di modo che si possa costruire la cosiddetta «seconda gamba» del sistema pensionistico. È qui che spunta la proposta dei «tecnici» del ministero dell’Economia: un terzo di quei 27mila miliardi (9mila) vada direttamente nella busta paga dei lavoratori per il rilancio dei consumi: detratte le imposte e nel caso che tutti i lavoratori decidano di optare per il «nuovo Tfr», la spesa delle famiglie aumenterebbe di 67mila miliardi (a fronte di una retribuzione annua lorda di 100 milioni, l’aumento netto in busta paga sarebbe di 150160mila lire mensili). I restanti 18mila miliardi confluirebbero, invece, nei fondi pensione, dove potrebbero fruttare il 45 per cento, contro l’attuale 2 per cento del Tfr accantonato dalle imprese. A questo proposito, il governo propone anche un’operazione di cartolarizzazione che, grazie a una «società veicolo» per l’emissione di obbligazioni sulla base del flusso atteso negli anni successivi, consentirebbe di anticipare immediatamente agli stessi fondi risorse più consistenti di un semplice flusso annuale.