«Stop ai veti della minoranza»

19/01/2011


Prove di dialogo fra Confindustria e Cgil per ridisegnare il nuovo perimetro della rappresentanza, oggi scossa dall’effetto Marchionne. Con toni realistici. Senza troppe sdolcinature che coprano di melassa le differenze di partenza.
«Serve l’esigibilità di ogni contratto siglato da chi rappresenta più del 51% dei lavoratori. Quel contratto deve rappresentare tutti», dice alla Casa della Cultura di Milano la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, durante la presentazione di Il futuro è di tutti, ma è uno solo, saggio di Valeria Fedeli, leader dei tessili della Cgil e fra le principali personalità riformiste del sindacato italiano. Risponde Susanna Camusso, la segretaria generale della Cgil: «Va bene l’esigibilità degli accordi. Ma deve valere anche nei confronti delle imprese».
A quel punto, sottolinea Marcegaglia: «Niente poteri di veto della minoranza. Abbiamo siglato tutti e trentaquattro contratti, tranne quello dei metalmeccanici. Dunque, l’anomalia è la Fiom». E, allora, replica Camusso: «Io non mi permetterei mai di asserire che Marchionne è il problema della Confindustria. Non mi si dica che oggi il problema è la Fiom. Ci possono essere errori, ma il pluralismo sindacale è una ricchezza».
Così, definite con onestà intellettuale e una certa asprezza le proprie posizioni di partenza, ieri si è assistito al tentativo di riprendere il filo di un dialogo costruttivo. «Riprendiamo il Tavolo della competitività – ha proposto Marcegaglia – con i sindacati abbiamo trovato un accordo per cinque punti su sei. Manca quello sulla produttività. Evitiamo che quanto successo a Mirafiori impedisca di chiudere sulla produttività».
Il problema della produttività, secondo Marcegaglia, si risolve con l’organizzazione e le relazioni industriali. E la cornice delle regole. «Il Far West non va bene». Piuttosto che l’ "autodeterminazione" delle singole imprese, è meglio fabbricare regole nuove. E lunedì si terrà l’incontro fra sindacati e Federmeccanica per il contratto dell’auto. A questo proposito Marcegaglia ha puntualizzato: «Fiat non è uscita da Confindustria, ma sono le due newco di Mirafiori e Pomigliano che sono nate fuori da Confindustria. In ogni caso abbiamo un accordo in base al quale c’è la volontà di far entrare le due newco in Confindustria, appena faremo un contratto auto».


Dialogando in presa diretta con la Marcegaglia che aveva appena detto «io non penso che un paese senza sindacati e senza Confindustria sia un paese migliore», la Camusso ha ricordato la sua linea sulla Fiat: «Una vicenda che dimostra come il sistema non abbia più una regola generale. In un paese come il nostro, dove i grandi gruppi sono pochi ed esiste un numero strabordante di Pmi, sono necessarie regole valide per tutti, oltre al rispetto reciproco».
La complessità di questo gioco è che si intersecano i piani nazionali e internazionali. E la nostra manifattura deve fare le scelte giuste. «Perché le analisi della Banca d’Italia – ha commentato Pierluigi Bersani – mostrano come l’ottimismo sparso a piene mani dal governo non avesse fondamento». Nella logica del segretario del Pd, il tentativo di frenare l’erosione della competitività del nostro tessuto produttivo fa il paio con quello di conciliare diritti e globalizzazione. «Dobbiamo fare concorrenza ai cinesi, ma senza diventare cinesi», ha detto Bersani. «È vero, non siamo cinesi, ma dobbiamo competere con l’industria cinese, turca e brasiliana», ha replicato la Marcegaglia.
Quando, nel dibattito moderato dal direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli, ha fatto la comparsa il concetto di "globalizzazione", è intervenuta la Fedeli, che come sindacalista ha seguito un settore industriale dato per morto negli anni Settanta perché secondo i più pessimisti «i telai si sarebbero tutti trasferiti nei paesi emergenti». «Così non è andata – ha ricordato – la ristrutturazione è stata dolorosa, ma puntando sull’innalzamento della qualità dei prodotti tessili siamo diventati il secondo comparto italiano dopo la meccanica». Un processo complicato, in cui sindacati e imprese hanno spesso ideato insieme strategie innovative di rilancio. «Perché – ha detto Fedeli con un nemmeno troppo velato "antimarchionnismo" – se di fronte hai un imprenditore serio, che non sceglie uno stile autoritario, si può fare anche la ristrutturazione più dura».