Stipendi, raddoppia il divario Nord-Sud

21/06/2002

21 giugno 2002



Stipendi, raddoppia il divario Nord-Sud
L’Ires Cgil sul Mezzogiorno: «La ricetta Berlusconi ha fallito, puntiamo su qualità e innovazione»


AN. SCI.


La ricetta del governo Berlusconi per il Sud Italia è assolutamente fallimentare, e togliere i diritti ai lavoratori (vedi articolo 18) non migliorerà di certo le
performance delle imprese. L’Ires Cgil, presentando il secondo Rapporto sul Mezzogiorno, attacca dati alla mano – quelli di Istat e Banca d’Italia, rielaborati – i provvedimenti sull’emersione di Tremonti e l’accordo ormai prossimo sulle modifiche allo Statuto dei lavoratori. «Il provvedimento sull’emersione firmato Tremonti – spiega Agostino Megale, presidente del centro studi della Cgil – si potrebbe definire una barzelletta, se non fosse lo specchio di una realtà drammatica. Le fanfare della campagna elettorale e dei 100 giorni fissavano l’obiettivo a 2000 miliardi di entrate: oggi siamo a soli 4 miliardi, 146 imprese emerse dal nero, 430 lavoratori in tutto. Anche il rilancio delle gabbie salariali o l’idea di diminuire i diritti per aumentare la produttività ci sembra francamente allucinante: i lavoratori del Sud stanno già pagando molto, le loro retribuzioni sono nettamente inferiori a quelle de Nord, e il divario in questi anni è drammaticamente aumentato».

Un solo dato parla per tutti: il differenziale tra le retribuzioni nette del Mezzogiorno e quelle del resto del paese, che risultava pari al 5,1% nel 1991, è addirittura raddoppiato in 10 anni, passando all’11,7% nel 2001. Se si guarda alla produttività delle imprese del Sud, però, si potranno sfatare parecchi miti sulla presunta «fannulloneria» dei lavoratori del Mezzogiorno rispetto all’efficientismo di quelli del Nord. «I dati parlano chiaro – dice Megale – Le aziende sopra i 20 dipendenti, quelle con un più alto grado di innovazione tecnologica e con un migliore rapporto con i sindacati rendono ugualmente bene nel Nord est come nel Sud, dove la produttività (tecnicamente il «valore aggiunto») si attesta in entrambi i casi intorno ai 49 mila euro. Dato che si dimezza non appena si scende sotto la soglia dei 19 dipendenti – e di fatto si parla nel 90% dei casi di aziende tutte tra i 4 e i 5 dipendenti -, anche in questo caso nel Nord come nel Sud. Una prova che la soluzione per i problemi del Mezzogiorno, e in generale per le piccole imprese, non consiste nel togliere i diritti, ma nello scommettere su investimenti, qualità e formazione».

La ricetta proposta dall’Ires per combattere il sommerso e assicurare più lavoro e retribuzioni più alte al Sud è semplice: «Noi proponiamo un’emersione `di qualità’ – dice il presidente del centro studi – fatta non soltanto di incentivi, ma anche di servizi, formazione e ricerca. Se non si assicura un salto di qualità alle imprese, è molto probabile che finita la stagione degli incentivi queste tornino a immergersi nel lavoro irregolare. Nel Mezzogirono oltre il 40% del lavoro è sommerso, mentre il 20% dei lavoratori percepisce stipendi inferiori ai due terzi della media: questo vuol dire che soltanto un lavoratore su tre può essere definito `regolare’. Anche l’idea degli enti bilaterali imprese-sindacati come unici gestori dei processi di emersione ci vede contrari: bisogna invece rilanciare con forza la contrattazione sul territorio, e fare in modo che i contratti vengano rispettati».

La scommessa del Sud si può giocare decisamente sull’Ict, l’Information and communication technology, ovvero l’industria dell’informatica, delle comunicazioni, di Internet. Grazie a poli universitari di eccellenza, come Catania e Cagliari, ad esempio, e all’insediarsi di aziende come Nokia, Ibm, St Microelectronics, Tiscali, l’Ict ha fatto vivere al Mezzogiorno un vero e proprio boom di crescita negli ultimi anni `90, seppure recentemente ridimensionato. E per lo sviluppo e la crescita dei distretti digitali non serve tanto l’eliminazione dell’articolo 18, quanto seri programmi di investimento nella ricerca, nella formazione e nelle infrastrutture.