Stipendi, l´85% dei dipendenti guadagna meno di 1.500 euro

26/01/2004


SABATO 24 GENNAIO 2004

 
 
Pagina 26 – Economia
 
 

Stipendi, l´85% dei dipendenti guadagna meno di 1.500 euro
Indagine di Swg per conto dei Ds. Fassino: l´Italia si è impoverita, torniamo alla concertazione
Per due terzi il salario non basta o è integrato dai genitori
          Un terzo sotto 1000 euro, soprattutto giovani, donne e con doppio lavoro
          In 10 anni produttività cresciuta cinque volte più dei salari. "Si recuperi il fiscal drag"

          RICCARDO DE GENNARO


          ROMA – Stipendi che continuano ad assottigliarsi, crollo del potere d´acquisto, crisi delle famiglie. Un lavoratore dipendente su tre guadagna meno di mille euro netti al mese (più di uno su due se si guarda ai soli parasubordinati), l´85 per cento ha un reddito sotto i 1.500. Anche i Ds lanciano l´allarme: «Nel decennale di Forza Italia, Berlusconi si sforzerà di descrivere un quadro a tinte rosa. Noi invece vogliamo mostrare l´Italia vera», dice il segretario Piero Fassino. Perché l´Italia non è quella "plastificata" della tv e della pubblicità, ma quella che oggi consuma meno e non risparmia un centesimo, dove i giovani sono costretti a vivere con i genitori perché hanno uno stipendio insufficiente anche a coprire le spese più elementari e gran parte dei lavoratori deve fare un doppio lavoro per arrivare a fine mese.
          I dati dei Ds, raccolti da Swg, confermano quelli elaborati dall´Ires-Cgil e anticipati da Repubblica il 2 gennaio scorso: sei milioni i lavoratori sotto la soglia dei mille euro, italiani più poveri in termini reali rispetto al ?91. I risultati corrispondono. Il 21 per cento degli intervistati assicura che il salario non gli basta per vivere, un altro 47 per cento risponde di sì, ma a patto di «vivere nella famiglia d´origine». Dal 2001 le retribuzioni lorde di fatto, sottolineano i Ds, sono tornate a diminuire, dopo una crescita che durava dal 1995. Sempre più lavoratori sono inghiottiti sotto la soglia dei mille euro, che è ormai paradigmatica: sta sotto il 55 per cento dei parasubordinati, il 50 per cento delle donne, il 78 per cento dei giovani fino a 24 anni.
          Non sorprende che gli stipendi sotto i mille euro siano più frequenti nell´agricoltura e nel terziario, piuttosto che nell´industria e nella pubblica amministrazione o tra i lavoratori con bassa scolarità rispetto a quelli con un livello di istruzione più alta.

          Più clamoroso è, invece, il fatto che, in quanto a povertà dei salari, non c´è una differenza importante tra Nord e Sud: nell´ambito di un campione di 22.500 lavoratori, le buste paga sotto i mille euro sono per il 33 per cento al Nord, il 38 al Centro e il 39 per cento nel Mezzogiorno.
          «Ormai non ci si deve occupare solo delle fasce di povertà – dice Fassino – ma assistiamo all´impoverimento delle famiglie normali», dove con «normali» Fassino intende probabilmente quelle del ceto medio. Tra gli operai, tuttavia, è una tragedia. Come sottolinea il responsabile Lavoro dei Ds, Cesare Damiano, «solo il tre per cento degli operai guadagna più di 1.500 euro netti al mese, mentre il 49 per cento è sotto mille euro». In particolare, nelle imprese sotto i 15 dipendenti, i lavoratori che guadagnano meno di mille euro sono il 50 per cento (le retribuzioni crescono al crescere delle dimensioni aziendali).
          Risolti i problemi della lista unitaria alle Europee, la Quercia va dunque all´attacco sulla questione salariale. «Ci vuole un radicale cambiamento della politica economica del governo e una diversa redistribuzione dei redditi», dice Fassino. Secondo il quale, «l´impoverimento è avvenuto negli anni del centrodestra per l´abbandono della concertazione». Che cosa fare? I Ds hanno un pacchetto di proposte che si avvicinano a quelle indicate dalla Cgil: riprendere appunto la via della concertazione, difendere il doppio livello di contrattazione, aumentare la quota di produttività che va al fattore lavoro, ripristinare il recupero del fiscal drag, predisporre interventi di sostegno ai redditi medio-bassi, introdurre sanzioni nei confronti delle imprese e del governo in caso di ritardo nei rinnovi.