Stipendi in salita a settembre

28/10/2004


             
             
             
            Numero 258, pag. 7
            del 28/10/2004
            Stipendi in salita a settembre
             
            Secondo i dati diffusi ieri dall’Istat l’aumento congiunturale è pari allo 0,1%.
            Contratti, in attesa di rinnovo 3,9 mln di lavoratori
             di Bruno Mastragostino
            Rallenta ancora la dinamica degli stipendi, ma come accade da diversi mesi la crescita è sempre superiore a quella dell’inflazione. A settembre, secondo quanto ha fatto sapere ieri l’Istat, l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie dei lavoratori dipendenti si è fissato a 110 (base dicembre 2000=100) con un incremento congiunturale dello 0,1%, mentre il tasso annuo nonostante l’aumento rispetto al mese precedente è sceso dal 2,6% di agosto all’attuale 2,5%. L’incremento medio dei primi nove mesi dell’anno, invece, è risultato pari a +2,8%.

            La crescita degli stipendi, dunque, dopo il picco di giugno e luglio, quando arrivò al 3,3%, si sta assestando poco sopra l’andamento dell’inflazione, che sempre a settembre ha fatto registrare un valore di +2,1%. In ogni caso, a tre mesi dalla fine dell’anno e in assenza di rinnovi contrattuali l’indice delle retribuzioni dovrebbe fissarsi secondo i tecnici dell’Istat al 2,8% e, dunque, a meno di un terremoto dei prezzi, anche sopra il costo della vita, recuperando seppure di poco qualche decimale di potere d’acquisto. Appare però lecito aspettarsi qualche altro rinnovo contrattuale perché quelli in attesa, sempre secondo l’Istat, non sono certo pochi. Dall’indagine, infatti, emerge che a fine settembre il numero di contratti in attesa di firma sono 29 (76 quelli osservati dall’Istat) e regolano il trattamento economico di 3,9 milioni di lavoratori dipendenti.

            I contratti nazionali vigenti, invece, sono 47 e interessano circa 8,4 milioni di lavoratori. È comunque evidente che il dato complessivo nasconde situazioni molto differenziate a livello settoriale. I gradi di copertura più elevati vengono registrati, sempre secondo l’Istat, nell’agricoltura, nell’edilizia e nel commercio, pubblici esercizi e alberghi (tutti e tre al 100%), i più bassi nel credito e assicurazione (12,9%) e nella pubblica amministrazione, dove tutti i settori sono in attesa di rinnovo, segnando quindi uno zero assoluto. Da notare, inoltre, che se il 97,7% dei dipendenti pubblici è in attesa di contratto da nove mesi, il restante 2,3%, che in pratica è il comparto della ricerca, aspetta da ben 33 mesi.

            L’aumento mensile dello 0,1%, prosegue l’Istat, si deve in particolare a incrementi tabellari previsti da alcuni contratti vigenti, dall’entrata in vigore del contratto delle scuole private laiche e da un’indennità nelle Ferrovie dello stato. Rispetto al mese precedente, comunque, l’aumento più sensibile lo hanno ricevuto i lavoratori dei pubblici esercizi e alberghi (+2,4%), dei trasporti (+0,2%) e della carta, editoria e grafica (+0,2%). Su base annua, poi, l’incremento di maggiore consistenza è stato registrato nelle assicurazioni (+9,7%), nell’edilizia (+5,2%) e nei pubblici esercizi e alberghi (+4,9%). Quanto agli scioperi, infine, l’Istat segnala per il periodo gennaio-luglio 2004 un numero di ore non lavorate per conflitti (solo per motivi legati al rapporto di lavoro) pari a 3,1 milioni, con un decremento del 20,1% rispetto allo stesso periodo del 2003. I settori più colpiti sono stati quelli relativi alle industrie metallurgiche e meccaniche, con il 33,8% delle ore non lavorate, e ai trasporti (40,1%).

            Secondo Marigia Maulucci, segretaria confederale della Cgil, sono molto ´gravi le responsabilità di chi, in prima battuta il governo datore di lavoro, non garantisce la chiusura dei contratti aperti e diffonde, con i suoi provvedimenti legislativi, forme di lavoro per le quali è inesigibile il contratto nazionale’.

            Ma il dato diffuso ieri dall’Istat ´è grave anche per altre due ragioni: sul groppone delle retribuzioni continuano a pesare 13 mesi di scarto in negativo sull’inflazione, e questo deprime il potere d’acquisto. Poi, come sempre succede nei periodi di crisi, le retribuzioni contrattuali non misurano correttamente la dinamica delle retribuzioni di fatto, che crescono meno’.

            ´Tutto ciò’, ha concluso Maulucci, ´spiega come sia mai possibile che le retribuzioni siano, si fa per dire, o meglio come dice l’Istat, tutelate e che la domanda interna sia bloccata. Il crollo dei consumi è una realtà, data non solo dalla minore disponibilità a spendere ma anche, il che è persino peggio, da una caduta di fiducia sulle possibilità che il governo possa fare qualcosa per invertire il trend’. (riproduzione riservata)