Stipendi e affitti: così i ceti medi vivono il declino

20/11/2003




20 novembre 2003

Stipendi e affitti
Così i ceti medi vivono il declino

Il triste declino dell’ex ceto medio Tradito dai Bot, vittima degli affitti
L’aumento delle separazioni duplica le spese, rischia chi tenta un’attività commerciale


      Enrico Maria Ferrari è un giornalista ex impiegato nell’ufficio stampa di Ipse 2000, una società italo-iberica nata per sfruttare la licenza Umts per la telefonia di terza generazione e purtroppo mai decollata. Come altri 600 colleghi, è stato incentivato ad andarsene e alla fine messo in mobilità. Ha vissuto quest’esperienza come «una sconfitta personale, un marchio d’infamia, una mazzata alla propria autostima». Nei giorni scorsi si è messo al computer e ha scritto «Lettera a un’azienda mai nata», tre cartelle-sfogo in cui si racconta la crisi dell’ex ceto medio che vede rompersi «il patto di rispetto tra me e il mondo del lavoro», che capirebbe se vedesse i suoi colleghi delusi rigare l’auto dei dirigenti o portarsi a casa la carta della fotocopiatrice. «Questa vicenda ha rotto la mia e la nostra sicurezza psicologica – scrive Ferrari -. Io, figlio di imprenditori e con feroce antipatia per tutto ciò che contiene la parola "sindacale", io che ero felice di avere doveri verso il mio datore di lavoro, mi ritrovo oggi iscritto a un sindacato, a discutere di diritti e di striscioni scritti in un terribile gergo sessantottino».
      La storia di Ipse 2000 è sicuramente un caso limite. Che si taglino posti di lavoro qualificati nella telefonia fortunatamente fa ancora eccezione. La stragrande maggioranza di quelli che eravamo abituati a chiamare colletti bianchi e oggi potremmo definire ex ceti medi sono usciti dai settori maturi – auto in testa – o dalle aziende delle vecchie Partecipazioni statali ormai privatizzate. Ma è tutta la condizione delle classi medie che sta cambiando. Nel primo semestre dell’anno in corso sono stati 30 mila i negozi al dettaglio che hanno definitivamente abbassato le saracinesche e di questi solo la metà lo ha fatto perché aveva superato i 60 anni, gli altri perché mercato e concorrenza li avevano messi in fuorigioco. Persino il bancario, il marito che ogni buon padre di famiglia italiano avrebbe voluto per la propria figlia, non è più quello di 10 anni fa. Sono circa 23 mila i cassieri, gli sportellisti e i contabili che hanno firmato il prepensionamento da concretizzarsi entro un paio d’anni. Solo Banca Intesa ne ha messi fuori 5.700 e il gruppo S.Paolo circa 3 mila. E all’Aler, l’ex istituto della case popolari di Milano, non credevano ai loro occhi. Spulciando tra le richieste di affitto hanno trovato moduli riempiti da bancari, impiegati e dipendenti dell’azienda tramviaria che solo fino a qualche anno fa non avrebbero mai pensato di dover ricorrere agli alloggi popolari. «Una volta era sufficiente stare in banca per godere di privilegi – spiega Marcello Tocco, segretario generale della Cgil di categoria -. Oggi con la nascita delle banche telefoniche e dei call center le mansioni tradizionali vengono ridisegnate. E per chi resta dentro, il lavoro è assimilabile a quello industriale».

      BIANCHI E VULNERABILI – Costanzo Ranci insegna al Politecnico di Milano ed è forse lo studioso che con maggior cura sta seguendo il fenomeno. Ha pubblicato qualche mese fa un voluminoso studio sulle «nuove disuguaglianze sociali in Italia». Il succo è che i vecchi ceti medi, asse portante del consenso politico nella Prima repubblica, si scoprono «vulnerabili». Assistono attoniti a una perdita progressiva di status, a un peggioramento della loro posizione sociale, a una diffusione dell’incertezza che alimenta l’ansia. I loro stipendi hanno camminato come una tartaruga mentre gli affitti hanno corso da lepre, non ci sono più i Bot d’una volta e basta un evento straordinario – il più frequente è la separazione coniugale, ma lo sono anche lo sfratto e la malattia grave di un congiunto – a far retrocedere ai limiti della povertà la condizione della famiglia-tipo dell’ex ceto medio. Ancora non siamo arrivati ai colletti bianchi che fanno la fila ai punti d’ascolto degli psicologi della Caritas, ma spesso non avviene solo per vecchi orgogli. Accade che le mogli separate di impiegati preferiscano rivolgersi alle parrocchie («stanno diventando le vere centraline del cambiamento» avverte Fiorenza De Riu, della Caritas) per chiedere alloggio & lavoro e nelle grandi città il fenomeno si ripete con una frequenza preoccupante. Ranci ha anche studiato la mappa geografica della vulnerabilità e ha scoperto come «l’area maggiormente toccata non è il Mezzogiorno ma il Nord Ovest». Se nel Sud il reddito è sicuramente più basso, nell’ex triangolo industriale una famiglia su cinque soffre di «disagio abitativo» e dell’impossibilità di risparmiare. Il ceto medio d’una volta, invece, aveva la casa di proprietà quasi per definizione, anche se acquistata a prezzo di sacrifici e della cessione del quinto dello stipendio. I Bot, poi, dai primissimi anni Ottanta fino alla metà dei Novanta hanno assicurato a impiegati, insegnanti e artigiani un secondo stipendio.
      Per cento milioni di vecchie lire investite nei suoi titoli lo Stato pagava ai sottoscrittori anche 10 milioni l’anno. Tutto questo non c’è più.

      CI PROVO CON IL NEGOZIO – Il sociologo Massimo Paci, ex presidente Inps, studia da anni i mutamenti della stratificazione sociale e osserva come i cambiamenti in corso spiazzino le previsioni fatte in un passato anche recente. Si pensava che passando dalla società industriale a quella dei servizi crescesse il ceto medio e invece si sta formando una sorta di «quarto stato» dei servizi. Un ceto medio declassato che continua a fare un lavoro non manuale ma guadagna poco, non ha posto fisso ed espleta mansioni a basso valore aggiunto. I professori a contratto e i ricercatori dell’università La Sapienza di Roma per definire la loro condizione hanno coniato il termine «cognitari», proletari del cervello. Raccontano come un corso universitario di un docente a contratto possa essere pagato anche solo 200 euro e un ricercatore universitario in attesa di conferma porti a casa 1.100 euro al mese. In questa condizione di incertezza in molti pensano di pescare il jolly aprendo un negozio. Il turnover commerciale è frenetico, serrande che chiudono e serrande che riaprono con una nuova gestione. Gli impiegati e i quadri espulsi dalle ristrutturazioni dell’industria, età media 55 anni, aprono un punto vendita investendo la liquidazione. Grazie alla liberalizzazione oggi aprire un negozio al di sotto dei 250 metri quadri richiede meno capitali di prima. Con 20 mila euro in contanti e tutto il resto a credito ci si improvvisa commercianti. Nel primo semestre del 2003 sono stati aperti in Italia oltre 27 mila punti vendita. In maggioranza bar. In viale Marconi, nel quartiere Eur di Roma, la licenza di un bar con enalotto e totocalcio nel breve arco di soli 12 mesi ha cambiato per ben tre volte proprietario. Il prezzo viene contrattato sul numero di caffè serviti ogni giorno, perché è la tazzina il prodotto che consente i maggiori margini di guadagno. Purtroppo però uno su cinque ce la fa, solo il 20% degli aspiranti commercianti regge all’urto della concorrenza, il resto fallisce o finisce vittima degli usurai che conservano larghi spazi di manovra. «Il tentativo di improvvisarsi gestori di un punto vendita dura in media quattro anni – dice Carlo Mochi, direttore dell’ufficio studi della Confcommercio -. Spesso iniziano con un forte indebitamento e senza conoscere il mestiere. I lunghi orari di apertura, la necessità di fare continui investimenti per sviluppare e rendere attraente il negozio fanno il resto».

      SEPARARSI COSTA – Accanto alle insidie del mercato c’è una nuova iattura che si sta abbattendo sui ceti medi: il boom delle separazioni. I vecchi equilibri familiari non tengono più e la società italiana si americanizza. Fino agli anni ’90 in Italia a rompere la convivenza uxoria erano i ricchi, ora invece lo fanno con maggior frequenza come negli States le classi medie, che così firmano la loro condanna, accelerano la loro mobilità sociale discendente. Nel 2001 su circa 76 mila separazioni ben 34 mila hanno riguardato impiegati e lavoratori autonomi. La separazione è una duplicazione dei costi, in primo luogo degli affitti. Le storie che racconta Elena Coccia, avvocato divorzista di Napoli – dove peraltro ci si separa di meno che in Liguria ed Emilia-Romagna – hanno una costante: l’impoverimento dei due litiganti. Enrico B., insegnante, sposato con un’impiegata statale, due figli, stipendio 1.400 euro, dopo la separazione ha continuato a pagare metà del mutuo acceso per l’ex casa familiare, gli alimenti per i figli e l’affitto per una casa da single per sé. Dopo un po’ non ce l’ha fatta e sta pensando di tornare a casa dei genitori. Anche per Claudio F., medico con 2.700 euro di stipendio, moglie casalinga e due figli, le cose non sono andate meglio. Ha dovuto rinunciare alla casa e al 40% della retribuzione. Paradossale, infine, la storia di Antonello M. e sua moglie Carla. Non si sono impoveriti causa separazione, si sono separati causa impoverimento. Lui laureato in Economia ha perso il lavoro in banca, lei non lavora. Occupazioni alternative, nemmeno saltuarie, non ne hanno trovate e pur non dicendosi «addio» hanno chiuso la casa comune e ciascuno è tornato alla propria famiglia d’origine.

      (ha collaborato
      Emiliano Fittipaldi)
      (1. continua)

di DARIO DI VICO


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