Stiamo perdendo 450mila posti di lavoro

11/03/2005
    venerdì 11 marzo 2005

      Stiamo perdendo 450mila posti di lavoro
      Ci sono 3.300 aziende in crisi, intanto il governo litiga sui dazi. Oggi il decreto competitività

        Felicia Masocco

          ROMA – Cassa integrazione straordinaria, mobilità, licenziamenti collettivi, fallimenti, chiusure parziali o totali, interi reparti che smobilitano, settori su cui cala il sipario. Il virus della crisi ha attaccato 3310 aziende, le ha censite la Cgil alla fine di gennaio. Tredici mesi prima, nel febbraio 2004, erano 1429, meno della metà. È un contagio che non dà tregua, sono 450mila i posti di lavoro a rischio, si perderanno se le crisi non verranno risolte in modo positivo.

          Oltre 172mila persone sono già in cigs o in mobilità, ad essi si aggiungono i 44mila stagionali o dei distretti. E non c’è solo l’aumento esponenziale della richiesta di cassa integrazione, ci sono anche i libri portati in tribunale da imprese che hanno gettato la spugna, che hanno chiesto il fallimento o sono finite sotto amministrazione controllata: in un anno la crescita delle causali è passata dal 10% al 30%. Quando si parla di competitività che non c’è si parla di questo. O di come il Bel Paese sia ruzzolato dal 28esimo al 45esimo posto della classifica mondiale dell’Hi-Tech, cioè dello sviluppo e l’uso delle tecnologie. Siamo un punto sopra il Brasile, uno sotto la Giordania.

            I membri del governo però pensano ad azzuffarsi scegliendo la manovra per il rilancio della competitività come terreno per la corsa all’accaparramento dei voti. Il provvedimento atteso da mesi arriva solo oggi in consiglio dei ministri, preceduto da una tempesta di dichiarazioni, da uno tsunami di minacce: «Se non ci sono i dazi sulle importazioni la Lega non lo voterà», insistono Maroni e Calderoli; «Lo approveremo anche senza la Lega», dice Alemanno. Dopo, semmai, un consiglio dei ministri ad hoc si occuperà di quanto la Lega chiede. Questo la mattina. Nel pomeriggio, dopo aver incontrato Berlusconi e Siniscalco, lo stesso Calderoli annuncia «una nuova formulazione del provvedimento», che «segna un cambiamento nei nostri rapporti con l’Europa» e che soprattutto – riferisce – «anche a detta di Domenico Siniscalco «è in linea con la normativa europea». Per il ministro delle Riforme è «l’estremo tentativo per far sì che la Lega si astenga». Dopo fulmini e saette nella maggioranza sembra profilarsi una mediazione, la querelle verosimilmente traslocherà a Bruxelles. Anche se, osserva il leader dei Ds Pier Fassino, «nessuno in Europa discute dei dazi, è difficile pensare che stiano ad aspettare che Calderoli gli dica qual è l’Araba fenice». Nell’ultima bozza del provvedimento di dazi antidumping non c’è comunque traccia. L’unica cosa certa è la confusione di un governo che naviga a vista e accumula ritardi.

            «Il provvedimento era atteso come collegato alla Finanziaria, ora il tempo è scaduto» dice Andrea Pininfarina. Il vicepresidente di Confindustria è intervenuto alla presentazione del volume «Non rassegnarsi al declino» curato dalla responsabile dell’Industria della Cgil, Carla Cantone per la Ediesse editrice. È stata l’occasione per un confronto ravvicinato tra «controparti» che ha confermato molte convergenze nell’analisi dello stato dei fatti e le comuni preoccupazioni per l’industria del Paese. Un comune sentire che si arresta però quando si tratta di giudicare le misure che il governo si appresta a varare.

            «È un primo passo positivo perché finalmente si pone il fare impresa al centro della strategia del governo», premette Pininfarina. «Se gli obiettivi e l’orizzonte degli interventi sono quelli delineati, c’è ancora una strada grandissima da fare e non siamo neanche al primo e giusto passo», ribatte Guglielmo Epifani. Gli industriali, tuttavia, non nascondono «che si tratta di «misure di emergenza che non affrontano in termini strutturali il problema della competitività». Le risorse sono modeste e non c’è attenzione sufficiente alla ricerca e all’innovazione. E guai alla politica dei due tempi: «Perché il nostro giudizio resti positivo è importante – avverte Pininfarina – che decreto legge e disegno di legge marcino insieme». Quanto ai dazi, «la stella polare è la Ue, non inventiamoci nulla che rischi di danneggiare operazioni già in corso». «La politica concorrenziale la fa l’Unione Europea», concorda Epifani «ci sono norme e procedure che tutelano dalla concorrenza sleale che vanno attuate». Per l’Italia il problema è quello dell’offerta»: «Si può e si deve attivare la domanda – ha spiegato il leader della Cgil – soprattutto quando la domanda è in condizioni di lavorare sulla qualità dell’offerta». Cosa che non avviene con la riforma fiscale voluta dal governo.