Statuto, si cerca la «formula»

29/03/2004

      sezione: ITALIA-LAVORO
      data: 2004-03-27 – pag: 24
      autore: SERENA UCCELLO
      I L MERCATO DEL LAVORO

      Una commssione di esperti inizia a discutere la riforma della legge del ’70

      Statuto, si cerca la «formula»

      Tutti concordano sull’urgenza di riscrivere le regole, ma le parti sono divise sul modello da adottare
      MILANO • Il lavoro cambia, muta profilo, ridisegna le competenze, i ruoli, gli assetti contrattuali. È sempre meno alle dipendenze "di", e sempre di più "indipendente". Lo dicono i dati, lo conferma l’esperienza: crescono i lavoratori in proprio, ma si moltiplicano anche le tipologie contrattuali. Scompaiono così le macro categorie (dipendenti-indipedenti) per fare posto a un panorama sempre più vario. Tanto basta a far saltare le vecchie regole e a esigerne di nuove. Tanto basta a trasformare il vecchio Statuto dei lavoratori nel nuovo Statuto dei lavori. L’idea non è nuova, se ne parlava già alla fine degli anni ’90 all’epoca della legge Treu, ma acquista ora attualità dopo che, nei giorni scorsi, il Governo ha presentato la commissione di esperti che dovrà scrivere lo Statuto. Il canovaccio per la verità già esiste ed è il libro Bianco sul mercato del lavoro valuto da Marco Biagi. E lì che per la prima volta si legge: «A seguito dei profondi mutamenti intercorsi nell’organizzazione dei rapporti e dei mercati del lavoro, il Governo ritiene che sia ormai superato il tradizionale approccio regolatorio che contrappone il lavoro dipendente al lavoro autonomo, il lavoro nella grande impresa al lavoro in quella minore, il lavoro tutelato al lavoro non tutelato». Diritti e tutele nuove, dunque, per un nuovo mercato: l’esigenze è tanto delle imprese quanto del sindacato, se pur con toni e sfumature diverse. «Con lo Statuto dei lavori si ripensano norme fondamentali per il lavoro, per renderle più moderne e adeguate», aveva infatti detto il direttore generale della Confindustria, Stefano Parisi, commentando l’insediamento della commissione del Welfare per la riforma dello Statuto. «È stato un pilastro per tanti anni — aveva detto inoltre Parisi — oggi però non si può più pensare solo ai lavoratori ma anche al lavoro. Spero che nessuno voglia lasciare le cose come stanno, bisogna cambiarle». Il cambiamento è più che una necessità, è una «strada obbligata» per la Confcommercio. «Messa a punta la cornice normativa di riferimento con la legge Biagi — dice Alessandro Vecchietti, responsabile dell’area legislazione d’impresa di Confcommercio — ora bisogna ripensare una struttura che ormai è vecchia di 35 anni, un nuovo parametro di riferimento che nasce dalla condivisione sociale» e che tenga conto «delle nuove modalità di accesso e di permanenza nel mercato del lavoro». Un’innovazione pertanto ben salutata anzi «benvenuta» per il mondo delle imprese «purché — dice Bruno Gobbi, responsabile delle relazioni industriali di Confartigianato — dia voce al cambiamento che da tempo è in atto nel Paese. Lo Statuto del 1970 mostra ormai le rughe, nel frattempo l’occupazione è mutata. Ecco perché dal nuovo Statuto ci aspettiamo molto, soprattutto che venga data voce ai bisogni espressi dal basso». Niente regole imposte dall’alto cioè, ma piuttosto «un impianto leggero che dia risposte diverse a bisogni diversi», senza però correre il rischio «di imbalsamare di nuovo il mercato». Un esempio? «La formazione — continua Gobbi — è tutta calibrata sul lavoro dipendente, i lavoratori in proprio ne sono esclusi, rimanendo così fuori dai percorsi di aggiornamento». Allo Statuto aprono anche i sindacati che però mettono dei paletti. «Lo Statuto dei lavori — dice senza mezzi termini Raffaele Bonanni della Cisl — non deve sostituire lo Statuto dei lavoratori. Un provvedimento si aggiunge all’altro: il primo cioè riguarda il lavoro tradizionale che così è pertanto già regolato e tutelato. Il nuovo provvedimento dovrà invece riguardare le nuove forme di occupazione, quelle al momento senza tutele». Sulla stessa linea la Cgil che non fa mistero dello scetticismo con il quale saluta l’iniziativa del Governo e dice: «Innanzittutto — spiega Beppe Casadio, segretario confederale Cgil — bisogna capire che cosa si intende con questa formula vaghissima di Statuto. Comunque se l’idea è quella delineata da Biagi, la cosa non ci piace per nulla. Per noi lo Statuto dei lavoratori è moderno ed efficace: ha un solo problema riguarda solo una fetta degli occupati». E su questo, solo su questo, per la Cgil si deve lavorare. La strada da ripercorrere potrebbe essere quella già delineata dalle collaborazioni coordinate e continuative, alle quali è stata progressivamente estesa nel tempo l’assicurazione previdenziale, il diritto alla maternità e il sostegno in caso di malattia. «Certo — dice Bonanni — l’ampliamento delle tutele ha un costo inevitabile al quale si può far fronte solo aumentando le aliquote contributive a carico di tutti i dipendenti». Diversa l’opinione di Adriano Musi della Uil che dice: «Non credo che siano necessari costi aggiuntivi, si devono piuttosto spendere meglio le risorse che già ci sono, razionalizzarle».