“StatoLiquido” Un paese appeso a un giornale (L.La Spina)

25/11/2005
    venerdì 25 novembre 2005

      Pagina 1 e 6 – Primo Piano

        Un paese appeso a un giornale

          Luigi La Spina

            LA politica italiana ha sempre bisogno dell’oracolo. Il profeta deve venire dall’alto e, possibilmente, da lontano. Deve vestire abiti scuri, sedere su poltrone importanti, parlare in tono solenne e, di preferenza, in inglese. Alla fine, il suo responso solleva un coro di consensi e lui, salutato da molte riverenze, viene congedato con ampie assicurazioni: quella ricetta, così ragionevole e competente, sarà sicuramente osservata e le cose, da noi, andranno meglio. Fino al prossimo oracolo.
            Così è avvenuto anche ieri, alla presentazione del consueto rapporto sull’Italia dell’Economist, il più autorevole settimanale politico-economico europeo.

              La rivista londinese, assieme all’altro giornale britannico, il quotidiano Financial Times, rappresenta gli umori dell’establishment continentale e, quindi, lancia certamente un segnale interessante sul giudizio che la classe dirigente dell’Europa si fa dell’Italia. In genere, le sue analisi sono largamente condivisibili, poiché la competenza dei suoi giornalisti è assicurata da anni di affidabile professionalità esercitata in tutti i paesi del mondo. La linea del settimanale, poi, decisamente liberista in economia e politicamente non certo rivoluzionaria, gli assicura un prestigio e una indipendenza quasi universalmente riconosciuti. E’ vero che, in Italia, il ripetuto giudizio di «inadeguatezza» riferito a Berlusconi e il libro del suo corrispondente, David Lane, intitolato «L’ombra del potere», duramente critico nei confronti del nostro premier, hanno suscitato proteste e querele. Ma l’ostilità del nostro centrodestra non ha scalfito la reputazione della testata e l’autorevolezza dei suoi collaboratori.

                E’ comprensibile, perciò, l’attenzione che si riserva ai giudizi dell’Economist e, persino, la strumentalizzazione che si compie sulle sue analisi, puntualmente esaltate dall’opposizione che rimprovera alla maggioranza di trascurarle e criticate, più o meno garbatamente, dai nostri governi che si sentono sul banco degli imputati di turno. Quello che, invece, è del tutto provinciale nell’atteggiamento della politica italiana è, da una parte, la (finta) sorpresa per diagnosi e terapie che sono già largamente diffuse e condivise nel dibattito tra i più seri e competenti economisti e commentatori del nostro paese; dall’altra parte, lo schizofrenico comportamento che ne segue. Sintetizzabile con uno slogan: «Dalla riverenza all’inadempienza».

                  Tanto più si leva alto il coro di consensi, tanto maggior ossequio, persino sproporzionato e imbarazzante, viene rivolto agli oracoli cartacei britannici, quanto più neglette sono raccomandazioni e terapie. Il ripetersi annuale di questo stucchevole balletto politico-giornalistico non turba minimamente la spasmodica attesa dei responsi d’Oltremanica che dovrebbero poter decidere drammaticamente la sorte di uomini e governi del nostro paese, come il Minosse dantesco «giudica e manda» i dannati dell’Inferno. Ma neanche incide, sia pure in modo marginale, nei concreti comportamenti della nostra classe dirigente che, imperturbabile, dopo l’ultimo applauso, gira le spalle e continua come se niente fosse avvenuto.

                    La curiosa rappresentazione che si recita tutte le volte che i più autorevoli giornali continentali si occupano delle sorti italiane è, in realtà, un apologo significativo di un vecchio costume politico che resiste a tutte le ere della nostra storia patria. Cavour puntava sui francesi per fare l’Italia, Crispi e Mussolini speravano nella Germania per farla diventare una potenza coloniale e imperiale. In epoche più recenti, Ugo La Malfa si aggrappava alle Alpi per non sprofondare nel Mediterraneo e Ciampi all’Europa per entrare nell’euro. Da ultimo, persino la sorte del governatore Fazio è stata legata a «un vincolo esterno», il giudizio della Banca centrale europea. Il guaio è che, da un po’ di tempo, gli altri continuano a giudicarci piuttosto male, ma hanno sempre meno voglia di intervenire per risolvere i nostri problemi. L’Italia non è più un paese strategicamente importante. Persino l’allontanamento della base americana dalla Maddalena, in Sardegna, conferma l’oscuramento della nostra centralità nella geopolitica mondiale. Dovremo imparare, perciò, ad ascoltare di meno quello che ci dicono e a fare di più quello che sappiamo, anche da soli, di dover fare.