“StatoLiquido” Tutta colpa delle Fondazioni

19/10/2005
    mercoledì 19 ottobre 2005

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    DAL ‘99 A OGGI UN PROBLEMA SPINOSO PER LA DESTRA

      Tutta colpa delle Fondazioni
      Una battaglia senza fine
      con molti cambi di casacca

        Stefano Lepri
        ROMA
        A rimontare nel tempo, questa storia era cominciata a Ponte di Legno, un giorno d’agosto del 1999, quando Umberto Bossi, allora punta estrema dell’opposizione, aveva proclamato battaglia contro il «nazismo rosso sorto dall’alleanza con banchieri e massoni» che «vuole la distruzione dell’Occidente». Nella primavera precedente, molto si era parlato degli incontri a palazzo Chigi tra l’allora presidente del consiglio Massimo D’Alema e alcuni grandi banchieri. E nella primavera successiva, quella del 2000, dentro il centro-sinistra, dopo il rovescio alle elezioni regionali, si offrì a uno di questi grandi banchieri, Giovanni Bazoli di Banca Intesa, la candidatura a premier.

          Vecchia storia, dunque. Nasce dal fatto che i gruppi dirigenti a cui fu affidato negli Anni 90 – attraverso le Fondazioni bancarie – il compito di traghettare le banche ex pubbliche al settore privato erano in gran parte di origine democristiana; e che questi gruppi nella diaspora Dc si sono posizionati più dal lato sinistro che dal destro, mantenendo però buoni rapporti anche con l’Udc. Fa caso a sé il Monte dei Paschi, dove comandano gli enti locali di una città, Siena, che da sessant’anni vota massicciamente e costantemente prima Pci, poi Pds, poi Ds.

            Sicché, intemperanze verbali di Bossi a parte, in questa legislatura il centro-destra è andato in cerca di strumenti per spostare gli equilibri. All’inizio, le Fondazioni speravano in Tremonti, perché era stato l’ultimo ministro dell’Economia del centro-sinistra, Vincenzo Visco, a emanare una normativa che accelerava il loro distacco dalle banche. Ma nell’autunno del 2001 maturò la svolta del centro-destra: alla luce del federalismo, il ruolo degli enti locali nelle Fondazioni andava accresciuto, e i loro compiti ripensati. Giuliano Amato non perse tempo per invitare le Fondazioni a difendersi «da chi vuole metterci le mani, perché un grande patrimonio attira sempre gli sguardi».

              L’offensiva scattò in dicembre: le Fondazioni avrebbero dovuto vendere le banche entro il giugno 2003 o trasferirne la gestione. Dentro di esse il 70% dei consiglieri avrebbe dovuto essere nominato dagli enti locali, allora in maggioranza controllati dal centro-destra. L’uso dei fondi veniva sottoposto a limitazioni severe. «Ci toglieranno i soldi per finanziare i musei» protestavano i capi delle Fondazioni. Cominciò allora una battaglia di quasi due anni, dove molti dei protagonisti erano gli stessi della contesa di oggi tra pro-Fazio e anti-Fazio, ma mischiati in modo diverso.

                A difesa delle Fondazioni si allinearono il Governatore della Banca d’Italia con molti, non tutti, i suoi amici attuali, e anche con futuri avversari come Bruno Tabacci dell’Udc; c’era la Compagnia delle Opere; c’erano Giorgio La Malfa che paventava la «ripubblicizzazione delle banche», ex democristiani del centro-destra come del centro-sinistra, gran parte della sinistra. Gradualmente, si ruppe il rapporto che all’inizio era stato idilliaco tra Fazio e Tremonti. Ma il centro-destra fu tutt’altro che compatto in quell’assalto.

                  Fine della vicenda, una sentenza della Corte Costituzionale il 29 settembre del 2003. «Secca sconfitta per Tremonti», commentò Tabacci, che peraltro iniziava già la sua campagna a fianco di Tremonti contro Fazio. Visto che poi di elezione in elezione gli enti locali li riconquistava il centro-sinistra, l’obiettivo perse interesse. A ridimensionare il potere delle Fondazioni Tremonti mira ancora, con il limite del 30% al diritto di voto nelle banche ora all’esame della Camera. Resta per il momento in piedi quella che l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga chiama «finanza prodiana, tipo Banca Intesa, o di centro-sinistra, come Unicredito».