“StatoLiquido” Trent’anni dopo i cattolici vicini alla Grande Rivincita

13/06/2005
    lunedì 13 giugno 2005

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      IL REFERENDUM APPARE SEMPRE PIU’ UNO STRUMENTO «MALATO»: ORMAI DA ANNI NON SI RAGGIUNGE LA SOGLIA MINIMA DEL 50 PER CENTO PIU’ UNO

        Trent’anni dopo i cattolici
        vicini alla Grande Rivincita

          Potrebbe essere uno schiaffo restituito rispetto a divorzio e aborto
          Il vicepremier potrebbe trovarsi nel ruolo di sconfitto accanto a Fassino

            retroscena
            Federico Geremicca

              ROMA
              SE poi le cose dovessero davvero finire come ieri sera sembravano dover finire, qualcuno si prenderà pure la briga di spiegare il senso di questa sorta di accanimento terapeutico intorno a un malato ormai già mezzo morto. Le cifre a volte mentono, è vero. Ma che lo facciano anche a proposito del nostro famoso malato, è arduo sostenerlo: nei venti referendum svoltisi dal ‘97 ad oggi (in cinque differenti tornate) mai una volta che fosse stato raggiunto il quorum. E sì che gli italiani erano stati chiamati a dire la loro sulle faccende più disparate, dal ruolo del Csm alla solita caccia, per dire, passando per l’articolo 18 e l’obiezione di coscienza. Magari sarà questo il punto: quesiti troppo specifici, settoriali, non questioni di interesse realmente generale. Fatto sta che anche in questa fresca domenica di giugno il referendum si conferma per quel che è: uno strumento rotto. Di più: uno strumento pericoloso. Non solo per chi lo manovra, che potrebbe essere il meno: ma per la causa in ragione della quale viene invocato.
              Prendete la giornata di ieri, un’altra giornata nella quale – nonostante il supposto «silenzio elettorale» – se ne sono dette e sentite di ogni colore. Al calar della sera, nei «salotti astensionisti», si brindava già: con un anticipo mortificante, per gli sconfitti. Questo leader o quell’altro, intanto, si compiaceva d’aver detto per tempo io mi astengo, e valutava il possibile vantaggio politico che ne veniva, per sè e per il suo partito, dalle urne rimaste deserte. Più compassata, ovviamente, la soddisfazione che andava rallegrando la parte maggioritaria del cosiddetto mondo cattolico, e soprattutto i loro leader e le loro gerarchie. E non ci si lasci ingannare dallo stile pacato, per ora: se vittoria sarà, la loro vittoria ha il profilo della Grande Rivincita, dello schiaffo restituito trent’anni dopo, della riscossa dopo il clamoroso risultato del referendum sul divorzio. Persero anche sette anni dopo, sull’aborto. E mai avrebbero creduto possibile una rivincita, mentre il mondo si scristianizzava. E invece eccola qua. O così parrebbe. Servita su un piatto d’argento dai Radicali di Bonino, Pannella e Capezzone, i nemici di sempre. Con l’accompagno di tutta la sinistra, nemica – per dir così – assai più recente.
              Il presidente Ciampi è andato a votare, come aveva annunciato a «la Repubblica», e lo ha fatto come sempre di buon’ora. Ha votato Prodi, ha votato Fassino, ha votato Bertinotti: e insomma i leader del «fronte del Sì» l’esempio l’hanno dato. I Radicali, come al solito, hanno guerreggiato per tutta la giornata: contestando i dati del Viminale sull’affluenza alle urne e continuando a sparare sulla Rai, stavolta perfino per un film giudicato «antireferendario» mandato in onda sabato sera. Ma sia l’esempio dei primi che le proteste dei secondi non è che abbiano sortito chissà che effetti. Anzi. I referendari hanno pure dovuto sorbirsi le pesanti ironie degli astensionisti. E soprattutto dei neo-astensionisti, entusiasti come tutti i novizi. «Ho una richiesta prestante per Capezzone, Bonino, Sartori e Ostellino – ha così attaccato Giuliano Ferrara -. Nel caso fosse confermata una scarsa attitudine al voto coatto da parte degli elettori meridionali, gli abrogazionisti evitino, se possono, di definirli “essere umani ma non ancora persone”…». Una terribile frustata. Al cui cospetto, l’appello di una brava dirigente Cgil a «scalare Monte Quorum, anche se la fatica si fa sentire», faceva tenerezza…
              Ma del resto ora si dice che era chiaro che Monte Quorum non sarebbe stato scalato. Già in partenza era difficile: figurarsi dopo che perfino il Papa ha voluto far sentire la sua voce. Insomma, per dirla in gergo, non era poi così un azzardo puntare sull’astensione vincente: la Grande Rivincita era nell’aria. Questo, secondo alcuni, sarebbe stato ben fiutato dai soliti fiutatori di vento: che avrebbero così adeguato la propria personale posizione a quella data per vincente. E’ successo anche in politica? Forse che sì, forse che no: certo che alcune scelte – quella del leader della Margherita, Rutelli, per esempio – sono state giudicate, dagli stessi alleati dell’Unione, alla luce di questo infamante sospetto. Chi invece non può certo esser sospettato di aver piroettato per salire sul carro dei vincenti in corsa, è Gianfranco Fini: che a dispetto dell’opinione prevalente nel centrodestra, andando contro il convincimento della stragrande maggioranza del suo partito e contraddicento perfino i suoi stessi comportamenti parlamentari, annunciò – facendo scandalo – il suo inatteso «Sì».
              E infatti non è che fosse proprio di gran umore, il vicepresidente del Consiglio, mentre ieri cominciavano a delinearsi i contorni della Grande Rivincita. Se ne è andato a votare assieme alla moglie subito dopo pranzo, e ai cronisti che l’attendevano ha mormorato: «L’affluenza è bassa, ma aspettiamo domani…». Poi, con ottimismo: «Il presidente del mio seggio ha detto che qui ha votato oltre il 20%, molto più della media». Infine, l’ammissione: «Ma è un dato che non fa testo…». Se le cose dovessero davvero andare come sembrano dover andare, questo lunedì 13 di giugno sarà un giorno complicato, per il vicepremier. Infatti, è pur vero che se c’è una Grande Rivincita dovrà pur esserci una Grande Disfatta. Ma il fatto è che nessuno, davvero nessuno, avrebbe immaginato di trovare Gianfranco Fini lì: sul banco degli sconfitti, con Fassino e la Bonino. E a dirglielo due mesi fa, forse, non ci avrebbe creduto nemmeno lui.