“StatoLiquido” Tremonti: il Dpef è un testo da seminario

06/07/2005
    mercoledì 6 luglio 2005

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      L’INTERVISTA

        Tremonti: il Dpef è un testo da seminario

          Il gelo con il successore Siniscalco: il no all’una tantum? Ho poca dimestichezza con la psicanalisi «Il sistema europeo va rovesciato: tutto libero per 5 anni, tranne le cose vietate dalla legge penale»

            Professor Tremonti, è passato un anno dalle sue dimissioni dal ministero dell’Economia.

            «Se negli anni passati mi avessero detto che sarei diventato vicepresidente di Forza Italia e vicepresidente del Consiglio dei ministri, non ci avrei creduto. Trovo straordinaria l’opportunità di occuparmi di politica dentro il partito, e di politica dentro il governo. Di politica non solo italiana ma anche europea. Ho avuto incontri ufficiali in Francia e Inghilterra, ho in agenda una serie di incontri in Germania. Ho scritto sulla stampa internazionale, sul Frankfurter e sul Monde, a proposito di Europa. Ho appena consegnato per la stampa le bozze di un libro che uscirà in settembre».

            Nel frattempo in Italia si discute il Dpef.

              «Ho un limitato interesse per le attività di carattere seminariale. In ogni caso, mi sembra un testo che rettifica molte delle ipotesi fatte nei giorni scorsi. È esclusa l’ipotesi scambista, che pure era stata fatta con molta convinzione dal ministero dell’Economia, di aumentare l’Iva per ridurre l’Irap. È esclusa l’ipotesi, che invece non era stata esclusa, di aumentare l’imposizione sulla rendita finanziaria. Aumentare l’Iva nel durante della stagnazione economica e con il pericolo di inflazione sarebbe stato un errore gravissimo. Aumentare l’imposta sulla rendita finanziaria quando non c’è rendita, data l’equivalenza sostanziale tra rendimenti e inflazione, sarebbe stato un errore anche più grave; soprattutto perché l’idea tecnica era quella di una imposizione retroattiva, più o meno come la visita notturna fatta nel ’92 nei conti bancari. Il presidente Berlusconi ha escluso a ragione questo tipo di interventi».

              Siniscalco ha sottolineato di non voler ricorrere a una tantum.

                «È una frase che sento ripetere con una cadenza ossessiva ormai da un anno; ma, confesso, ho limitata dimestichezza con la psicanalisi».

                L’Europa è stata indulgente con l’Italia e il suo deficit.

                  «Guardi che l’Italia in Europa non aveva un deficit di bilancio; aveva un deficit di politica. La revisione retroattiva dei nostri conti, un curiosum storico assoluto, ne è la prova. La partita è stata sistemata politicamente da Berlusconi, Barroso e Frattini, bypassando i "tecnici"».

                  Vi ha salvati la revisione del patto di stabilità.

                    «La revisione del patto, a cui si lavorava da anni, è stata solo parziale. Ha codificato le prassi che erano già in essere, per correggere la "stupidità" del patto; è stata però insufficiente sul trattamento degli investimenti. Le ipotesi in campo erano due. L’ipotesi della golden rule: investimenti finanziabili in deficit. E l’ipotesi delle entrate straordinarie, rilevanti solo per l’abbattimento del debito. È mancata la terza ipotesi che ora, guardando le cose da lontano e da fuori, considero la più razionale: la separazione tra finanza ordinaria e finanza straordinaria. Nella parte ordinaria, le spese correnti devono essere finanziate e pareggiate con entrate correnti; nella parte straordinaria, le spese per investimenti possono essere finanziate non in deficit, ma con entrate a loro volta straordinarie. Visti in questi termini, i bilanci italiani degli ultimi anni sono molto più ortodossi di quanto vogliano far credere i critici, i polemici, gli ossessionati».

                    Finanza creativa, si disse. Oggi Siniscalco fa l’apologia della finanza noiosa.

                    «Gulp! I bilanci dello Stato più noiosi che conosca sono quelli fatti da Giolitti e analizzati da Nitti: principi di scienza delle finanze, IV edizione, Napoli 1912; soprattutto l’appendice II, notizie sommarie sul bilancio dello Stato in Italia. Dove è appunto chiarissima l’ortodossa distinzione tra parte ordinaria e parte straordinaria; ma come dicevo la particolare materia mi causa ora solo profonda noia. Fermo che rivendico tutto il mio bilancio politico, dal programma a tre anni di governo, dalla riforma delle pensioni a quella del lavoro, dalla legge obiettivo all’immigrazione, tenuta sociale e tenuta sostanziale dei conti pubblici. Le una tantum servivano per evitare macelleria sociale e per mandare in fuorigioco, prima dell’Italia, Francia e Germania».

                    Quando lei lasciò, il ministero dell’Economia aveva pronta una bozza di provvedimento legislativo: oltre alla riduzione dell’Irpef, prevedeva la lotta all’evasione fiscale, la detassazione dei trasferimenti dall’industria all’università, la trasformabilità delle università in fondazioni con l’ingresso dei privati, la semplificazione delle procedure di inizio attività economica, il premio di concentrazione per le imprese che si uniscono per crescere di dimensione. Che ne è stato? Sono emerse novità nel frattempo?

                    «In effetti mi pare che a un anno e mezzo di distanza non siano emersi materiali nuovi, che il governo stia ancora lavorando in vario modo su quel vecchio set di norme. La lotta all’evasione via partecipazione dei Comuni non è ancora legge dello Stato ma lo diventerà presto. È giusto, perché data la geografia economica dell’Italia, non concentrata ma diffusa sul territorio, è l’unico modo per contrastare l’evasione fiscale. Mi fa piacere che finalmente lo si sia compreso. Lo stesso per quanto riguarda la ripublicizzazione delle esattorie: il vecchio sistema va riformato, perché è assurdo che su 100 euro iscritti a ruolo se ne riscuotano solo 3, con il costo di 2. Rivedere il mio vecchio testo dopo tante contestazioni e resistenze interne mi ha fatto molto piacere. La detassazione dei trasferimenti dall’industria alla ricerca e all’università è già legge dello Stato, per effetto di un emendamento di Forza Italia. La libera trasformazione dell’università è ancora sospesa per mancanza di convinzione e consenso politici, perché ancora manca il necessario consenso politico; ma sarebbe un passaggio fondamentale per la modernizzazione. Il premio di concentrazione ha visto due norme: la prima insufficiente, la seconda sbagliata; ma confido che al terzo tentativo si arriverà alla soluzione giusta. La semplificazione delle procedure è stata introdotta in un testo un po’ meno ambizioso di quello iniziale, ma siamo sulla buona strada. Francamente, dopo un anno e mezzo, non ho visto per ora molto di più. Ma quel che è stato fatto mi sembra abbastanza».

                    Eppure l’economia italiana versa in una crisi gravissima. Che cosa si può fare per risollevarla, anche in vista della Finanziaria?

                    «La Finanziaria non è più di mia competenza. Non ho più il dovere di formulare proposte. La via allo sviluppo è più libertà e più ricerca. Ci sono due ipotesi a cui sto pensando. Faccio una premessa: sono solo ipotesi. Immagino la valanga delle critiche. D’altra parte, solo le idee sbagliate camminano in discesa; le altre camminano in salita, quindi ci vuole un po’ di tempo».

                    Dica.

                      «La prima ipotesi o ha una dimensione europea o non è. La legislazione-burocrazia si stende sull’economia come una cappa, come nel Medioevo; non può essere modificata dall’interno; il nodo di Gordio non si scioglie, si taglia. L’ipotesi cui si dovrebbe lavorare in sede europea è il rovesciamento del sistema attuale. Adesso è sostanzialmente tutto vietato, tranne ciò che è concesso. L’alternativa dovrebbe essere: per cinque anni è tutto libero, tranne ciò che è espressamente vietato dalle legge penale. Solo così si può produrre l’effetto spinta che è necessario per rimettere l’Europa in marcia».

                      Libertà assoluta, lei dice. Non è in contrasto con il neocolbertismo, il ritorno al ruolo pubblico?

                        «Uffa, basta con la dogmatica. Le due cose possono perfettamente convivere. Liberalizzazione da una parte e sostegno all’economia dall’altra sono assolutamente compatibili».

                        E la seconda ipotesi?

                          «In Europa c’è un’asimmetria tra la piccola dimensione dell’impresa e l’esigenza di investimenti e ricerca. La grande industria fa investimenti in ricerca; la piccola ha bisogno della ricerca, ma non ha i mezzi per farla. È necessario incentivare la crescita dimensionale dell’industria; nell’intervallo si può prendere in considerazione l’ipotesi di strutture centralizzate d’acquisto di tecnologia, brevetti, know-how, e di trasferimento di questi asset sulle piccole e medie imprese. Alle piccole e medie imprese non servono tanto finanziamenti, quanto trasferimenti di questo tipo. Serve una banca dei brevetti, una cassa dell’innovazione».
                          Resta il nodo del fisco. Come reperire le risorse necessarie per abbattere il costo del lavoro? Non solo l’opposizione ma anche parte della maggioranza fa notare il divario tra la tassazione sul lavoro e quella delle rendite. Non è tempo di provvedere?
                          «Al principio degli Anni Novanta ho scritto sullo spostamento dell’asse fiscale "dalle persone alle cose". Questa idea diventa politica nel libro bianco per la riforma fiscale pubblicato dal primo governo Berlusconi. Di allora ricordo con commozione una bellissima lettera ricevuta da Carlo Maria Cipolla. Il governo Prodi è andato nella direzione opposta: il lavoro ha continuato a pagare imposte altissime; la discesa delle aliquote è stata sulle rendite finanziarie. Sulle rendite finanziarie pagano comunque di più i depositi bancari e postali delle gestioni patrimoniali, i poveri più dei ricchi. È un sistema regressivo che va riformato, ed era già chiaro. I soloni accademici non se ne sono accorti allora, se ne accorgono solo ora, con il solito ritardo di molti anni. In ogni caso, sulle rendite finanziarie si deve fare una riforma, non si può fare una manovra; tanto più una manovra retroattiva, che sarebbe incostituzionale o immorale. E per una riforma sulle rendite finanziarie è necessario il ritorno delle rendite stesse: se il rendimento reale è pari all’inflazione, aumentare l’imposta vuol dire che non tassi un reddito ma un pezzo di patrimonio».

                            Professore, nell’agenda della politica c’è il partito unico del centrodestra. Qual è la sua opinione?

                            «Il partito unico non è un prodotto di sintesi, è un processo. Il tempo del passaggio dai partiti e dai movimenti esistenti a un nuovo corpus unitario non si misura con l’orologio ma con il calendario. In ogni caso, il processo può svilupparsi in concreto solo dopo una modifica della legge elettorale attuale».

                            Quale modifica?

                              «Nell’altra legislatura con Urbani abbiamo firmato una proposta di legge proporzionale modellata sul sistema tedesco. A me pare che un’ipotesi di riforma di questo tipo combini al meglio la logica del bipolarismo con l’esigenza della stabilità e della governabilità».

                              Casini ha chiuso il congresso dell’Udc con un manifesto dei valori cattolici. Non vede messa in discussione la laicità dello Stato?

                              «Sul rapporto tra Stato e Chiesa la mia attività politica risale alla metà degli Anni Ottanta, ai lavori della commissione paritetica per il finanziamento della Chiesa cattolica, alla costruzione dell’8 per mille. Come allora, ancora mi ci riconosco in pieno. Per quanto riguarda i valori e l’identità, mi riconosco pienamente nella relazione alla legge di iniziativa popolare sull’immigrazione Berlusconi-Bossi-Tremonti, la base su cui è costruita la legge vigente: l’apertura all’esterno è possibile solo sulla base del consolidamento interno».

                              A ottobre il centrosinistra farà le primarie per designare il candidato premier. Nel centrodestra già le chiedono Follini e Formigoni. E lei?

                                «Le escludo. L’agenda e le carte della politica sono nelle mani di Berlusconi».

                                Aldo Cazzullo