“StatoLiquido” «Stile Berlusconi» per il Professore (F.Rondolino)

06/06/2005
    sabato 4 giugno 2005

      NELLA MARGHERITA C’E’ CHI CRITICA IL PIGLIO DECISIONISTA, LE VACANZE CON LO STAFF, L’OSTILITA’ ALLA PRIMA REPUBBLICA

        «Stile Berlusconi» per il Professore

          L’insofferenza per i partiti accomuna Prodi al Cavaliere

            analisi
            Fabrizio Rondolino


              QUALCUNO, non da oggi, e soprattutto nella Margherita, ha cominciato a parlare di «berlusconizzazione» di Romano Prodi. Non mancherebbero le prove: uno spiccato piglio decisionista fin dal rientro dall’Europa, l’insofferenza per i riti bizantini della politica romana, il gusto per la mossa a sorpresa che spiazza anche gli alleati, spregiudicate campagne d’immagine e qualche permalosità, un’insuperabile diffidenza per i partiti e i loro leader e pieni poteri, invece, ai fedelissimi, l’uso massiccio e insistente del pronome «io» al posto del più blando e cameratesco «noi», e persino – a proposito d’immagine – la scelta di andarsene a Creta con tutto lo staff, proprio come il Cavaliere alle Bermuda ai tempi d’oro. E, come se tutto ciò non bastasse, s’aggiunge una sostanziale radicalizzazione della proposta politica (emblematico l’abbandono unilaterale delle trattative sulla Rai) che rischia di mettere in tensione tanto la Margherita quanto i Ds.

              Che si tratti di un caso o di una scelta, è certo vero che il Professore lanciato alla riconquista di Palazzo Chigi è assai lontano dall’immagine di bonomia emiliana che l’aveva accompagnato dieci anni fa, al suo esordio come leader. I suoi «no», anche bruschi e inaspettati, sono stati numerosi e fragorosi. A settembre, per esempio, aveva duramente bacchettato l’astensione di Margherita e Ds sul primo articolo della nuova Costituzione proposta dalla maggioranza: «Non capisco e non mi adeguo». Poi aveva fatto fallire l’accordo elettorale, che pareva cosa fatta, con i radicali. L’intervento a sorpresa – firmato, un po’ pomposamente, «Romano Prodi, Creta, 2 giugno 2005» e diffuso via web – che rilancia la lista unitaria e provocatoriamente rimette in discussione la leadership è soltanto l’ultimo anello di una catena che ha tuttavia una sua profonda ragione politica.

              Il problema infatti – e in questo effettivamente Prodi e Berlusconi si somigliano – è che della Seconda Repubblica e del nostro bipolarismo circolano due versioni e due opinioni profondamente diverse, almeno nell’interpretazione del ruolo dei partiti. Prodi appartiene alla scuola di coloro che considerano i partiti sostanzialmente un residuo del passato, la cui funzione oggi è limitata alla raccolta di finanziamenti e voti per il leader, il quale a sua volta governa la coalizione (in realtà, un cartello elettorale) attraverso uno staff personale. Facile intuire che i segretari dei partiti la pensino diversamente: e non soltanto, come pure sarebbe legittimo, per interesse personale, ma perché convinti che la partecipazione popolare sia tuttora una dimensione essenziale dell’agire politico, e che a questo appunto servono i partiti. I quali naturalmente sono anche serbatoi di potere e dispensatori di favori, attraverso una catena di comando – il cosiddetto «ceto politico» – che da Roma discende nelle più remote periferie.

              Organismi così complessi – Fassino e Rutelli lo sanno bene – non si governano con i proclami e i diktat, ma con la discussione e il compromesso. Quando Franco Monaco, prodiano della Margherita, scorge nel manifesto cretese del Professore un rinnovato appello a fare la lista unitaria «senza forzature ma anche senza diritti di veto», sottolinea, forse senza neppur rendersene conto, il cuore della questione: perché per Rutelli e per Fassino i partiti, proprio perché non sono invenzioni astratte ma carne e sangue (o pane e cicoria), hanno tutto il diritto di porre veti, e cioè di non condividere il proprio autoscioglimento.

              La questione-Bertinotti, ancorché meno visibile di altre, è cruciale. Sarà un caso, ma tutte le mosse di Prodi o raccolgono l’applauso di Bertinotti o ne favoriscono oggettivamente la co-leadership (a cercare anche qui un paragone con l’altro campo, viene in mente l’asse Berlusconi-Tremonti-Bossi che tanto ha fatto soffrire An e Udc). Le primarie, com’è noto, sono state disinnescate perché considerate, non senza qualche ragione, un inutile dito nell’occhio di Ds e Margherita: impossibilitati, per ovvie ragioni, a schierare i propri leader «contro» Prodi, i due partiti maggiori della coalizione avrebbero dovuto subire senza fiatare il prevedibile trionfo di Bertinotti, unico candidato alternativo al Professore. Se ora Prodi torna a parlare di primarie – e subito Bertinotti precisa di esser pronto a ridiscendere in campo – è perché sa quale danno possano procurare a Rutelli e a Fassino.

              Anche l’insistenza prodiana sulla lista unitaria e sul futuro gruppo parlamentare unico, è (anche) un grande regalo a Bertinotti: che alle elezioni farebbe il pieno dei voti «di sinistra» e, in Parlamento, guiderebbe il secondo partito della coalizione. In altre parole, tutti gli schemi di Prodi puntano in sostanza ad un’architettura bipolare del centrosinistra futuro: il «partito riformista» guidato dallo stesso Prodi, e la «sinistra radicale» che peraltro Bertinotti, all’ultimo congresso di Rifondazione, ha già cominciato a costruire per conto proprio. Per uno dei tanti paradossi della politica, l’ex avversario numero uno di Prodi e dell’Ulivo – cioè il partito che ne ha messo in crisi il governo – è dunque oggi il suo più convinto alleato: convinto, perché gli interessi coincidono.

              Paradosso per paradosso, varrà la pena segnalarne un altro: la Margherita nacque essenzialmente come la «Forza Italia» di Prodi, e cioè il rassemblement del presidente, il suo comitato elettorale, la sua personale macchina da guerra. E nacque proprio per evitare di ripetere l’errore del ’96-’98, quando Prodi vinse le elezioni ma perse il governo perché, si disse, non aveva un suo partito. Le cose poi sono andate come sono andate, forse aggravate dal fatto che Prodi avrebbe con la politica tradizionale la stessa dimestichezza che De Mita ha col fiorentino, e certo inacidite da un clima di sospetto che nel corso degli anni non è andato affatto diradandosi. Il rilancio di Prodi è dunque, per un certo aspetto, necessario e persino doveroso: ma, anche, insidioso per l’alleanza e pericoloso per sé. Potrebbe infatti accadere – nell’Unione come, del resto, nella Casa delle Libertà – che qualcuno prima o poi prenda sul serio le minacce del leader di farsi da parte.