“StatoLiquido” Siniscalco amaro: non potevo partire con Fazio

23/09/2005

    venerdì 23 settembre 2005

    IL DIMISSIONARIO I COLLEGHI LO ASPETTANO STAMANE ALL’UNIVERSITA’ DOVE IERI MATTINA E’ APPARSO UN CARTELLO «BENTORNATO DOMENICO»

      Siniscalco amaro: non potevo partire con Fazio

        retroscena
        Federico Monga

          Sulla porta del suo studio alla facoltà di Economia ieri mattina presto c’era già appeso un cartello: «Bentornato Dom». La stanza nell’ex ospizio dei «Poveri Vecchi» di Torino è stata rigovernata. Il preside Giorgio Pelliccelli aspetta «Dom», non «Mimmo» come lo hanno ribattezzato a Roma, per le nove.

            Sulla strada di casa l’ex ministro si lascia andare. L’esperienza al Tesoro è terminata da una manciata di ore: «Era la cosa da fare. Non potevo rimanere in un governo, in una maggioranza che non condivide nulla di quello che penso». Un addio netto. Ma non improvviso. Di segnali ne erano già arrivati da tempo. Di screzi ne sono piene le cronache. All’esordio in consiglio dei ministri, il 22 luglio 2004, dopo aver presentato i «numeri veri sui conti italiani» si sente dire da Roberto Calderoli «non era l’uomo che volevamo per sostituire Tremonti». Poi taglio delle tasse e Berlusconi che lo marchia: «Troppo prudente». Arriva lo scontro con la Moratti sul blocco del turn over a scuola. L’Irap, le pensioni. La Lega che vuole la mannaia. Il contratto degli statali: «Io faccio i conti e gli altri fanno campagna elettorale». E infine il bubbone di Bankitalia, le intercettazioni e Tremonti che, dimenticate le sue amnesie, gli dà del Don Abbondio. A metà agosto, sorseggiando un caffé a Courmayeur, aveva confidato alla cerchia dei suoi amici di sempre: «Io a Washington al Fondo Monetario Internazionale con Fazio non ci vado».

            La missione dell’Ecofin di Manchester, con l’aut aut sbattuto in faccia Berlusconi «o io o lui», era la prova generale. L’ultimo strattone alla fune prima dello strappo. La discrezione sabauda ha confinato quel fioretto – «detta con una convinzione e una serenità che non si erano mai viste» – tra i pensieri più intimi dei suoi interlocutori.

              E la corda si è rotta martedì a tarda sera. «C’era un problema di residua credibilità – spiega – non ho fatto calcoli. Oramai era diventata una questione di coscienza personale e di dignità. Io con Fazio all’Fmi non potevo proprio andarci». Il silenzio del centrodestra sul Governatore alle orecchie di «Dom» era diventato assordante: «L’esecutivo non è stato nemmeno in grado di fare una dichiarazione. Nulla, ero rimato solo.

              Molto più degno tornare al mio mestiere di professore». E poi la goccia che ha fatto traboccare il vaso. «Io ho capito che Finanziaria vogliono nella Casa delle Libertà ma non sono a disposizione. Chi davvero conta nella maggioranza ha sempre detestato il rigore. Ha sempre avuto la tentazione di detassare in deficit e di allargare i condoni della borsa con i dipendenti pubblici. Figuriamoci adesso con le elezioni alle porte e i sondaggi che vanno male. Io ho disegnato il perimetro entro il quale ci si poteva muovere. Toccava ai politici dire come. Ma nessuno diceva niente. Qualche concessione si poteva fare. Ma i condoni no. Un minimo di rigore bisognava rispettarlo. Ma ho capito che c’è la volontà di andare oltre il mio punto di non ritorno».

                Se ne andato sbattendo la porta. «Ma non è vero – si schernisce – fa solo un po’ effetto perché l’Italia è il paese dove nessuno si dimette».

                  Proprio lui, mai sopra le righe. Sempre attento al basso profilo, alla prudenza. Poche interviste. Per comunicare meglio le note ufficiali di via XX Settembre. Nessuna passerella mediatica. Tutt’altro stile rispetto al suo predecessore-successore Giulio Tremonti. Il professore padano che aveva inaugurato il suo secondo ministero andando al Tg1 della sera a raccontare del maxibuco nei conti ereditato dal centrosinistra proprio mentre le famiglie italiane erano riunite a tavola con un occhio alla tv e l’altro al piatto di pasta. Il paradosso è che i due hanno lasciato la scomoda poltrona di Quintino Sella con la giustificazione di non essere capiti dai colleghi di governo. A Tremonti, secondo i cinesi nato sotto il segno del cighiale che si distingue per le grandi difficoltà nell’approcciarsi con il prossimo, lo aveva rinfacciato anche Berlusconi nell’aprile dell’anno scorso. Centristi e An, quando la metastasi di Fazio non era ancora scoppiata, ne chiedevano la testa «perché vuole fare tutto da solo»: «Qui ne va di mezzo il governo – aveva detto papale papale il premier – e non per colpa mia ma perché tu hai deteriorato i rapporti».

                    Siniscalco invece è conosciuto negli ambienti internazionali per la battuta pronta. Alla prima missione al G8 il Cavaliere rimase stupito dalla confidenza con Gordon Brown, con il presidente della Bce Jean Claude Trichet. «Quello è il suo mondo», spiega uno dei suoi veri amici. E all’estero ha ottenuto i risultati migliori, garantendo la credibilità e portando a casa, dopo colloqui, confessioni e rassicurazioni nelle più segrete ed esclusive stanze della finanza, un nuovo patto di stabilità molto generoso con il Belpaese. A Roma, nei palazzi della politica, «Mimmo» è distaccato. Sempre gentile, ci mancherebbe. Ma niente amicizie. «Falso e cortese», dicono i suoi detrattori rifacendosi al più scontato degli stereotipi sulla piemontesità. «Semplicemente una distinzione di ruoli, di professionalità – spiegava agli amici – io sono un tecnico, devo dare le grandi indicazioni, il quadro macro entro il quale i partiti devono prendere le loro posizioni». E in effetti Siniscalco si è sempre dedicato a debito e deficit, lasciando alle pastoie della politiche molte delle sue competenze. La questione della Rai è stata liquidata come «uno psicodramma». Sulle nomine alla Consob e all’Antitrust si è ritagliato un ruolo da notaio, per i critici «da eremita». Per il professor Siniscalco forse solo affari da «Mimmo» e non da «Dom».