“StatoLiquido” Si arrabbiano le deputate della Cdl

13/10/2005
    giovedì 13 ottobre 2005

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    INUTILI LE RASSICURAZIONI DEL PREMIER DANIELA SANTANCHÉ LA PIÙ SCATENATA

      Dall’entusiasmo alla delusione,
      si arrabbiano le deputate della Cdl

        retroscena
        ANTONELLA RAMPINO

          ROMA
          Un vertice di maggioranza chiesto ieri da Stefania Prestigiacomo, e capitanato da Gianfranco Fini, per trovare una proposta sulle quote rosa che fosse potabile, e votabile, da tutto il centrodestra. L’intervento appassionato in aula di Sandro Bondi. E Daniela Santanché smagliante per tutto il giorno su e giù lungo il Transatlantico, «aspetti e vedrà, col voto palese non ci saranno problemi, festeggeremo le quote rosa, sarà la più importante vittoria della Casa delle Libertà». Niente, non c’è stato niente da fare. La Cdl ha ingoiato la pillola avvelenata del voto segreto richiesto da pezzi misogini del centrosinistra, e compattamente ha votato contro se stessa. Il nuovo partito del Franco Tiratore, duecento deputati di ogni colore di centrodestra, ha impallinato tutti gli sforzi di Prestigiacomo, Fini, Bondi, Berlusconi. Al presidente di Alleanza Nazionale non è rimasto che sibilare a denti stretti, «una bella prova di stupidità», mentre Berlusconi correva a tranquillizzare Gabriella Carlucci, «non ti preoccupare, sarai sempre nostra candidata». E la Santanché è finita sull’orlo della crisi di nervi, a testa bassa contro Emerenzio Barbieri, «Non ti voglio più vedere, capito? Mai più, capito? Cancellami dal tuo convegno di domenica, capito?». Una crisi, raccontano, l’aveva già avuta in mattinata anche Stefania Prestigiacomo. Quando aveva letto il testo dell’emendamento della Cdl, aveva prima masticato amaro davanti alla quota-Baghdad, un misero 25 per cento, e senza alternanza uomo-donna nelle liste. E poi, quel terribile capoverso, per non candidare le donne basta pagare una multa dal 10 a un massimo del 50 per cento sul finanziamento dei partiti (per la cronaca: la quota meno rilevante del flusso di danaro che entra nelle casse delle forze politiche). No, era troppo: «Io questo non lo firmo neanche morta». Qualcuno giura che l’occhio del ministro per le Pari opportunità si sia fatto umido. A quel punto, in commissione Affari costituzionali, l’emendamento non aveva più né padre, né madre. Prontissimo, Donato Bruno ha afferrato il foglio e proceduto a siglare. Raccontano poi che, per tutto il giorno, i commenti delle forziste Isabella Bertolini, divorzista di grido, e di Iole Santelli, sottosegretario di sfondamento, non sian stati poi tanto diversi da quelli di un diessino a trentadue carati come Pierluigi Bersani: «Ecco qua la loro proposta: per non candidare una donna, basta pagare. Comprare, vendere, la politica berlusconiana è questa».

            E’ stato Clemente Mastella ad avere l’idea di raccogliere le firme per chiedere il voto segreto. Quando i diesse l’hanno saputo, all’ora di pranzo, è toccato a Luciano Violante prendere il telefono, «Clemente, guarda che questo è scorretto nei nostri confronti». Richiamato all’ordine dalla Quercia, massima potenza distributiva del centrosinistra, Mastella ha tolto la firma, e s’è sfogato però in Transatlantico, «ma come, le donne del centrosinistra possono fare accordi con le donne del centrodestra, violando tutte le regole, e io no?». Ma nel frattempo, la lista coi 32 nomi era bella pronta: praticamente tutto lo Sdi a parte Boselli, Intini e Villetti, inizialmente c’era pure Bobo Craxi, ma quando s’è accorto di quel che aveva fatto è corso da Casini e ha ritirato la firma. Gerardo Bianco e svariati peones della Margherita. Praticamente tutto l’Udeur a parte Mastella. Deputati della maggioranza, tra i quali Filippo Mancuso, e svariati udiccini tra i quali Emerenzio Barbieri. Lista completa letta in aula da Casini: «Io sarei per il voto palese, ma questa richiesta di voto segreto decade solo se uno dei presentatori non è in Aula». Dunque, via con l’appello. I presentatori, naturalmente, c’erano tutti.

              Il voto palese, ecco qual era l’unico salvacondotto per le donne. Quella misogina richiesta di voto segreto era però anche una pillola avvelenata per la maggioranza: coglierla in fallo sulle quote rosa, facendola andare sotto. Per questo Casini avrebbe prefito il voto in chiaro, per questo Fini ha commentato «begli stupidi». E dire che la Santanché l’aveva detto, nel suo intervento in Aula colle mani appoggiate sul banco e il cinturone rosso fuoco alla Calamity Jane, state attenti, se non votate sì fate il gioco di Fassino. Ma non c’è stato niente da fare, quelli del centrodestra non hanno capito. E continuano a non capire. Mentre Berlusconi cercava di tranquillizzare tutti ieri sera, Forza Italia candiderà un sacco di donne, la quote rosa non ostacolano il cammino della legge elettorale, Maurizio Gasparri la pensava diversamente: «Ma chi sono quei 150 cretini che hanno votato sì alle quote rosa?». Appunto. Perché poi adesso per la Cdl un’altra grana c’è. Niente quote rosa, costituzionalità ancora più a rischio. Proprio la Prestigiacomo aveva fatto tanto per aggiungere un bel codicillo all’articolo 51 della Costituzione, che obbliga a garantire in tutte le leggi l’uguaglianza per l’accesso delle donne. Ma questo, nella Cdl pare lo abbiano capito solo in 150.