“StatoLiquido” Quella strana accusa di «falce e sportello»

19/10/2005
    mercoledì 19 ottobre 2005

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    IL COLORE DEI SOLDI TRA CREDITO E PARTITI, POCHI GUARDANO ALLA CASA DELLE LIBERTA’. COL CAPO DEL GOVERNO SOLO POCHI AMICI COME IL FEDELE DORIS

      Quella strana accusa di «falce e sportello»

        Fastidio e ironia per l’uscita di Berlusconi sui banchieri visti votare alle primarie di Prodi

          personaggi
          Francesco Manacorda

            Falce e sportello? Ovvero – come dice, naturalmente senza punto interrogativo, Silvio Berlusconi – banche e banchieri, «se si toglie Capitalia», «sono tutte vicino alla sinistra»? Innegabile che sul premier abbiano avuto effetto negativo gli avvistamenti di banchieri del calibro di Alessandro Profumo, Corrado Passera e Luigi Abete, vale a dire i capi azienda di tre delle prime cinque banche del paese, in fila tra i quattro milioni e rotti di votanti alle primarie del centrosinistra. E innegabile anche che i banchieri dichiaratamente vicini alla casa delle Libertà, specie ora che la legislatura volge al termine, si contino sulle dita di una mano: giusto un vecchio amico e socio come Ennio Doris, peraltro dotato di una non disprezzabile joint-venture con Mediobanca; al limite un Pierdomenico Gallo che in questa legislatura molto ha lavorato con il ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno per far nascere la Banca della Nuova Terra; per il resto il panorama del credito, specie adesso che Gianpiero Fiorani è uscito di scena, offre poche soddisfazioni al centrodestra.

              Ma certo la battuta del premier non è stata ben accolta da quella categoria che da ieri – al pari dei magistrati o dei giornalisti Mediaset – si trova attribuito d’imperio il marchio di sinistra doc. Così tra le tele di Boccioni e i bassorilievi del Canova che adornano la Ca’ de Sass, sede di Banca Intesa, o nel saloni barocchi di Piazza San Carlo a Torino, si registrano reazioni simili: ironia, sconcerto, anche un certo fastidio per chi guida gruppi bancari complessi e in alcuni casi assai redditizi, nel dover spiegare che una cosa è la gestione aziendale e un’altra sono le scelte e gli interessi personali.

                «Io – spiegava ad esempio ieri agli amici l’amministratore delegato di Banca Intesa Corrado Passera – dal punto di vista economico sono un liberal, ma ho un’intonazione assolutamente solidale in tema di Welfare, anche perché è un tema che tocca la coesione sociale. E poi sono un convinto europeista». Insomma l’autoritratto di chi potrebbe votare tranquillamente per le primarie che hanno incoronato Romano Prodi – e infatti lo fa – ma che non si appiattisce certo su una posizione catalogabile a priori come «di sinistra». In quanto a Profumo, non fa certo mistero delle sue simpatie culturali e politiche: paginate di dialogo con Massimo D’Alema sulla rivista della Fondazione Italianeuropei, dove afferma che tra centrodestra e centrosinistra «io continuo a pensare che una certa differenza ci sia…», molta attenzione alle attività della Caritas Ambrosiana, a cena a casa di Carlo De Benedetti quando Prodi è stato suo ospite. E questa estate, ad Alberto Statera che lo intervistava, Profumo spiegava in quattro righe il paese che vorrebbe: «Liberalizzato, deburocratizzato, più orientato all’Europa, meno spaccato e più inclusivo, anche con l’immigrazione». Parole che almeno per la prima metà suonerebbero naturalissime anche in bocca a chi ha scelto il centrodestra. Sinistra bancaria anche sulle rive del Po? Qui il discorso si fa più complesso. A Torino, presidente del Sanpaolo-Imi è Enrico Salza, che si definisce «un laico problematico», nato e cresciuto nelle file dei liberali di Valerio Zanone. Oggi si riconosce nel centro-sinistra, ha un’ottimo rapporto personale con Romano Prodi, ma si trova bene anche con Bruno Ermolli, il vero plenipotenziario milanese del Cavaliere. Assieme a Salza nel Sanpaolo ci sono figure che certo non entusiasmano Berlusconi: l’amministratore delegato Alfonso Iozzo, da sempre accreditato di un filo diretto con il segretario dei Ds Piero Fassino, anche se le prove scarseggiano, e il direttore generale Pietro Modiano – arrivato da quella pericolosa fucina di rivoluzionari che è Unicredit – che vanta un passato nel movimento studentesco e un presente vicino ai Ds.

                  Altro girone, di chi la politica non la segue ma la fa direttamente è quello dei superbanchieri, ossia Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi. Di Bazoli, presidente di Banca Intesa, non è inesatto dire che è il banchiere più avversato – e forse più temuto – da Berlusconi. Chi lo conosce bene lo definisce un liberale cattolico, vicino a Prodi per una scelta culturale prima ancora che politica e per il comune e strettissimo rapporto con Nino Andreatta.

                    Di cattolicesimo e temi sociali, del resto, Bazoli parla e scrive volentieri: il suo ultimo volumetto si intitola «Giustizia e uguaglianza» e parte da una parabola del Vangelo di Matteo. Geronzi, potentissimo presidente di Capitalia, è invece sempre e da sempre attento a parlare con tutti e a non schierarsi con nessuno. D’altronde è l’uomo che ha dato soccorso finanziario a Berlusconi prima della quotazione di Mediaset, ma anche a Botteghe Oscure. Inutile così, oltre che pericoloso, cercare di mettergli addosso un’etichetta politica. E allo stesso stile sembra essersi adeguato anche l’amministratore delegato Matteo Arpe.

                      Ma l’arcipelago dei banchieri sarebbe inevitabilmente incompleto se non si tenesse conto della fortissima influenza di quella che un tempo fu la Dc, con tanto di replica delle antiche correnti negli attuali filoni creditizi. Così, per fermarsi al Nord, a Milano c’è un ex dc di sinistra come Giuseppe Guzzetti che presiede la Fondazione Cariplo, ma c’è anche Roberto Mazzotta che oggi guida la Popolare di Milano e viene da altre discendenze democristiane. E sulla direttrice Torino-Milano è facile imbattersi in Fabrizio Palenzona, scuola Donat-Cattin, presidente della provincia di Alessandria targato Margherita, uomo forte in Mediobanca con ottimi rapporti su entrambi i fronti politici.

                        A veder ben il tasso maggiore di litigiosità si registra proprio in quelle banche – citate anche da Berlusconi – che sono o saranno più esplicitamente di sinistra. A Siena, dove il presidente della Fondazione che controlla il Montepaschi è l’ex legale della Federazione cittadina Ds Giuseppe Mussari, si addensano le nuvole di un grande scontro tra due anime del partito sulle sorti della banca: quella guidata da Franco Bassanini e quella che fa capo invece a Massimo D’Alema.

                          E anche nella Bnl lo sbarco dell’assicuratore e neobanchiere Giovanni Consorte, già tesserato Pci, si può leggere in fondo come una guerra interna al centrosinistra. Pure Abete, il presidente destinato a uscire con l’arrivo dell’Unipol, era infatti in fila per dare il suo voto alle primarie (tendenza Mastella, più che Bertinotti, si può ipotizzare). Destinato all’epurazione proprio da parte di quel centrosinistra che ha votato e voterà, l’ancora presidente della Bnl l’ha presa in fondo con filosofia: «Sono l’unico che può dimostrare di tener separata la posizione personale da quella aziendale!».