“StatoLiquido” Quegli applausi al vecchio guerriero

17/11/2005
    giovedì 17 novembre 2005

    ANCHE I DIESSINI SI FERMANO AL SUO INGRESSO

      Quegli applausi
      al vecchio guerriero

        Mattia Feltri

          CI furono tempi vigorosi nei quali Umberto Bossi aggrediva il leggìo e immaginava una via cecoslovacca alla secessione. E prima ancora erano stati i tempi carbonari dell’attacchinaggio nelle contrade varesine, quando sui primi cartelloni la Lombardia era la gallina dalle uova d’oro, e Roma la puttanissima ladra. Oggi ci sono veli di commozione, nelle parole e negli sguardi, per esempio di Andrea Gibelli, presidente dei deputati della Lega: «Ho il nodo alla gola. Sono passati diciotto anni da quando Bossi mi disse, in un bar di Lodi: “Questo paese diventerà federalista”. Non immaginavo che quel giorno sarei stato qui da parlamentare».

            Sono tante le cose che non ci si sarebbe mai immaginati. Mai, per esempio, che il barbaro di Gemonio avrebbe vissuto sul palco presidenziale del Senato il giorno del compimento, della presa ultima e irrimediabile della rocca partitocratica. Ormai sfiancato, il barbaro aveva con sé la moglie e i bambini, il braccio sinistro arreso sul banco, il destro irriducibile ad accarezzare il piccolo Eridanio, oppure a rispondere agli applausi dei senatori. Gli applausi quando il barbaro è entrato, gli applausi quando i forzisti lo hanno salutato e quando i leghisti lo hanno ringraziato e quando l’aula si è svuotata e i rappresentanti del popolo sono usciti nelle strade della capitale di uno Stato che dicono rifondato. Gli applausi quando il diessino Gavino Angius, con un gesto di inconsueta e sovraeccitata cavalleria, ha interrotto il proprio discorso per rivolgere gli auguri di buona guarigione all’ospite convalescente.

              Sono applausi nuovi, questi. Bossi non li aveva mai sentiti. Ne sentiva di diversi, erano gli applausi ringhiosi e febbrili delle genti esasperate ed esaltate di Pontida o, prima ancora, sotto i tendoni delle feste d’esordio, poco più che grigliate fra amici. Quelle sere Bossi illustrava il concetto di «etnofederalismo», oppure di «etnonazionalismo» come «attacco al centralismo dello Stato». Teorizzava, quelle sere, che in Lombardia dovessero avere diritto di precedenza, nell’accesso al mondo del lavoro, i residenti da almeno cinque anni. E non erano soltanto applausi, c’era la scontata evoluzione in boato e in muggito quando Bossi si interrompeva, obbligava la platea alla suspense, e si sfregava i polpastrelli di indice e pollice. «I danée! I danée!». I soldi. I soldi che devono restare qua, in Lombardia, in Veneto, in Piemonte, i soldi nostri che dobbiamo amministrarci noi. I soldi che vanno a Roma, i soldi della corruzione, della mafia, del clientelismo. Erano gli anni appena prima di Tangentopoli, quando a molti pareva di fare la rivoluzione.

                Quello era il Bossi che nelle frettolose analisi politiche e giornalistiche guadagnava il titolo di razzista, di sobillatore, di fomentatore di odii e fanatismi. Ed ecco le morbidezze di ieri. Chi le avrebbe mai immaginate? Il languore negli occhi di Roberto Calderoli e Roberto Maroni, che da sotto vedono il capo arrivare sul palco, e lo salutano soffocando lo stranguglione. Il saluto paterno di Silvio Berlusconi. L’andirivieni dei vecchi colleghi che salgono fino a Bossi e poi gli fanno segno con la mano, stai lì, stai comodo, non ti affaticare. Oggi è il giorno della devolutione, del federalismo, dello scopo di una vita, del sogno realizzato.
                Ma nella riforma il federalismo fiscale non c’è. Per Bossi è il prossimo obiettivo, e così lui è il primo ad ammettere l’inconsistenza della rivoluzione. Per intanto è tutto come prima. Come quando Bossi faceva notte in pizzeria a ragionare sulle più dilanianti soluzioni. Per esempio, versare le tasse alle tesorerie comunali: «E’ una forma di protesta forte e non si infrange la legge. C’è soltanto un errore formale, per cui si paga il cinque per cento di mora», diceva Bossi ai suoi. E poi c’era lo sciopero dell’Iva, l’idea di girare il canone Rai ai comuni. C’era tutto un frullare di progetti suggestivi e sconclusionati su cui poggiava il palpitare visionario dei leghisti. E così – fallita l’esperienza di governo e saggiata l’aridità politica della stagione di Lamberto Dini – quando a inizio 1996 proclamò l’avvio del processo di secessione, Bossi tornò a essere il repellente fra i repellenti, ma il suo popolo esultò. Tornò a Pontida, si schierò lungo le sponde del sacro fiume in una velleitaria catena umana, si dichiarò celtico senza nulla sapere dei celti, adorò le ampolle con l’acqua della sorgente, si riversò nelle «gabine» per eleggere i deputati del Parlamento padano, diede vita alle Guardie padane, alle monete padane, a qualsiasi cosa facesse nazione e illusione. Tutta una paccottiglia culminata in un caricaturale assalto al campanile di San Marco, e a una serie di non meno imbarazzanti inchieste giudiziarie.

                  Ma allora chi si sarebbe mai figurato un finale simile, chi ci avrebbe scommesso un tarallo padano? Perché ieri, nelle dichiarazioni di voto, Domenico Nania di An ha detto, testualmente: «I guasti del vostro federalismo secessionista…». Si rivolgeva al centrosinistra. Insomma, diceva che la devolution di Bossi è buona perché è più contenuta e ragionevole della riforma chiusa precipitosamente dall’Ulivo a fine della scorsa legislatura. E forse è davvero così. Forse ieri il Senato ha tributato l’omaggio e l’affetto al suo leader malato e moderato. Del resto questo federalismo prevede la devoluzione alle Regioni della politica sanitaria (ma i finanziamenti restano centralizzati), della polizia amministrativa (i vigili urbani) e dei «programmi scolastici di interesse specifico della Regione». Niente altro. Niente fisco, parlamenti, dogane, costituzioni. Niente di tutto ciò che è stato vaneggiato per tre o quattro lustri. E’ rimasta una cosa molle e sciapa e stanca e innocua proprio come il buon Bossi, lassù sul suo palco, quasi un trono, un filo di fiato, la mano tesa e riconoscente, il battimani come rito sacerdotale nel palazzo che ospita l’istituzione più antica dell’immortale Roma, immortale e corruttrice.