“StatoLiquido” Quando il partito «va stretto» al leader (F.Rondolino)

09/06/2005
    giovedì 9 giugno 2005

      Pagina 3

      DALLA SVOLTA DI FIUGGI ALL’INFELICE ALLEANZA DELL’ELEFANTINO, CON MARIO SEGNI

        Quando il partito «va stretto» al leader

          E’ dal ‘93 che il vicepremier fa di tutto per distinguersi

          retroscena
          Fabrizio Rondolino

            POTREMMO anche raccontarla così: fin dalla sua clamorosa candidatura a sindaco di Roma, nell’autunno del ’93, Gianfranco Fini ha fatto di tutto per distinguersi, separarsi, allontanarsi e persino nascondersi dal proprio partito. Non come uno che se ne vergogna, ma come uno che ha capito che i partiti vanno curati e rispettati e tuttavia, da un certo punto in poi, da volano del successo diventano ostacolo al consenso. In questo, Fini è un leader assolutamente moderno, almeno se per modernità della politica s’intende la sua crescente personalizzazione e spettacolarizzazione a fronte del tramonto delle ideologie e delle appartenenze.

              Quasi metà dei romani, in quel lontano ’93, votarono per l’allora segretario del Msi, cioè del partito neofascista. Si gridò al miracolo (o allo scandalo); in realtà, più semplicemente, era nato il bipolarismo. Fini fece tesoro di quell’esperienza, che gli fruttò tra l’altro un posto d’onore nel nascente Polo della libertà, e avviò la «svolta» di Fiuggi, cioè la trasformazione del Msi in An. L’operazione-Fiuggi, così come, del resto, la Bolognina di Occhetto, si concluse in modo quantomento ambiguo: il nuovo partito si era sì pubblicamente liberato della zavorra del passato, ma restava sostanzialmente popolato dal medesimo ceto politico. E i nuovi arrivi – i Fisichella, i Fiori – avevano davvero molto poco in comune con la destra liberaldemocratica moderna che Fini si prometteva di costruire. Non è un caso se oggi sono soprattutto i non-missini a sparare a zero su di lui.

                Che il leader di An si trovasse stretto nel partito che pure aveva fondato, del resto, lo dimostra la breve e infelice parentesi dell’Elefantino, cioè dell’alleanza elettorale, alle Europee del ’99, con Mario Segni. Infelice, perché An perse quasi metà dei voti (e l’alleanza si fermò ad un misero 10,3%); e breve, perché Fini la archiviò in fretta, senza darsi la pena di riflettere sui motivi di quell’insuccesso. Proprio qui si rintraccia un altro aspetto della leadership finiana, abituata spesso alle ritirate precipitose, alle dissimulazioni, ai cambi di direzione non sempre motivati. E’ come se Fini, a volte, nascondesse la mano dopo aver tirato il sasso: il che non significa che l’uomo non abbia coraggio ma, più probabilmente, che le resistenze interne sono state e sono fortissime e assai più ramificate di quanto appaia dietro il sostanziale unanimismo dei «colonnelli».

                  Anche sul voto agli extracomunitari Fini ha presto (e silenziosamente) abbandonato il campo, e la proposta è sfumata nel nulla. Tuttavia, è in quella presa di posizione di un anno fa che si rintraccia il primo segno concreto del «nuovo» Fini, o, per meglio dire, del Fini post-berlusconiano. Era infatti, la proposta di far votare alle elezioni amministrative gli extracomunitari in regola, del tutto eccentrica rispetto alla tradizione del Msi e della stessa An. Si parlò di un «Fini di sinistra»: più propriamente, esordì un Fini «laico». Fini cioè si propose allora come il punto di riferimento, e il leader futuro, della componente laica (vale a dire non-democristiana) del centrodestra.

                    Da questo punto di vista, i tre «sì» annunciati al referendum di domenica non sono dunque il frutto di un colpo di sole, ma la conseguenza di una scelta – tecnicamente si dice «di posizionamento» – che il leader di An ha compiuto all’approssimarsi del crepuscolo di Berlusconi. La lotta alla successione, che non sarà breve né indolore, vede saldamente in vantaggio il cattolico Pier Ferdinando Casini; poiché però il centrodestra ha una forte componente laica (un tempo incarnata dalla stessa Forza Italia, e poi via via sempre più negletta), è ragionevole che Fini si proponga di diventarne il rappresentante. Tanto più che il curriculum politico-istituzionale – vicepresidente della Convenzione europea, ministro degli Esteri – e la coraggiosa revisione del passato, culminata nel discorso pronunciato a Yad Vashem, ne fanno un leader oggi definitivamente «sdoganato».

                      Come finirà, è senz’altro presto per dirlo. La dialettica fra partito e leader, del resto, non è affatto una novità: l’esempio migliore viene da Craxi, che tentò a lungo di oltrepassare la gabbia del Psi; ma anche in D’Alema è facile scorgere tracce consistenti del fenomeno. Finora, hanno vinto i partiti (o hanno perso i leader). E le polemiche che squassano An potrebbero avere conseguenze drammatiche, tanto più che Berlusconi ha già benedetto il possibile polo di attrazione degli scissionisti, la nascente «Destra italiana» di Alessandra Mussolini, Adriana Poli-Bortone e Marcello Veneziani. Ma questo non significa che Fini getterà la spugna. Tutt’al più, come si diceva una volta e da tutt’altre parti, dopo i due passi avanti ne farà uno indietro.