“StatoLiquido” Più potere ai partiti, l’avevamo già sentita

11/10/2005
    martedì 11 ottobre 2005

    Pagina 5 – PrimoPiano

    MAGGIORITARIO O PROPORZIONALE CON IL BIPOLARISMO LE FORZE POLITICHE SONO PERSINO CRESCIUTE DI NUMERO

      Più potere ai partiti, l’avevamo già sentita

      Riccardo Barenghi

      ROMA
      Tornano i partiti, lo strapotere dei partiti. Se passa la proporzionale, saranno loro a fare e disfare le maggioranze, a decidere chi entra in Parlamento, non si sentiranno più vincolati dagli elettori, passeranno da qua a là con disinvoltura. Mentre col maggioritario questo non accade, anzi non dovrebbe accadere, anzi non doveva accadere. Ma è accaduto.

      In questi ultimi undici anni, cioè nella stagione della seconda Repubblica inaugurata appunto dal sistema maggioritario e bipolare, i partiti sono cresciuti di numero (oggi una ventina, prima la metà) e soprattutto hanno mantenuto un peso enorme, decisivo. Tale e quale a quello che avevano fino al ‘94. In quell’estate, per esempio, pochissimi mesi dopo la vittoria di Berlusconi, sono due lader di partito (D’Alema e Buttiglione) che si incontrano in un ristorante di Gallipoli per scrivere la premessa di quel che passerà alla storia come il ribaltone. Ribaltone che, nel dicembre successivo, sarà consumato da Umberto Bossi, «tradendo» i suoi alleati e i propri elettori.

      Berlusconi chiede giustamente le elezioni, lui incarna lo spirito del maggioritario. Niente da fare, l’interesse dei partiti è un altro: un governo tecnico (Dini), non certo espressione degli elettori. Nel frattempo i partiti di quello che sarà l’Ulivo (siamo all’inizio del ‘95) cercano un leader adatto. Si chiama Romano Prodi e non nasce nella società civile. E’ un manager di Stato, conosciuto nel giro ma sconosciuto alla gente. Lo scelgono su indicazione di D’Alema che già in estate era andato a trovarlo per sondare la sua disponibilità.

      Quando nell’ottobre ‘98 Prodi cade, non sono gli elettori a farlo cadere ma un partito, Rifondazione. La logica maggioritaria vorrebbe che si andasse alle elezioni. Ma le «emergenze» premono. E’ l’ora del ribaltino, Bertinotti esce, entra Cossiga col suo partito (di centrodestra fino al giorno prima, infatti Prodi i suoi voti non li aveva voluti), D’Alema arriva a Palazzo Chigi. L’elettore può attendere.

      Attenderà anche quando Cossiga lascia D’Alema, ci pensa il transfuga Mastella a salvare il governo. E continuerà ad attendere anche quando D’Alema si dimette dopo la sconfitta alle regionali del 2000. E’ evidente che la maggioranza degli italiani ha sfiduciato l’Ulivo ma non importa: i partiti incaricano Amato di governare nell’ultimo anno di legislatura. Nel frattempo si scopre che non sarà lui il candidato premier ma Rutelli. Ovviamente lo decidono i partiti.

      Partiti che non arretrano nemmeno quando al governo arriva Berlusconi. A sinistra accade che la cosiddetta società civile (girotondi, Cofferati, no global) scende in piazza contro il governo ma anche contro i suoi dirigenti (Moretti in piazza Navona, febbraio 2002). Ma dura poco: i partiti hanno solo bisogno di tempo, lasciano passare l’ondata dopo di che Moretti torna al cinema, Cofferati finisce a Bologna, e i dirigenti restano dirigenti (di partito).

      A destra intanto l’unico ministro non di partito (Ruggiero), viene spinto energicamente fuori dalla porta della Farnesina. Da chi? Dai partiti. L’anno successivo comincia la serie di sconfitte elettorali per il Polo.

      Accompagnate da un’infinita verifica tra i partiti, tanto infinita che non è ancora finita. Berlusconi-Bossi-Tremonti decidono tutto loro nelle cene del lunedì ad Arcore, l’intendenza seguirà. Segue ma poi non segue più, Fini e Follini (e Casini) si stufano e pretendono. Sono leader di due partiti, combattono in nome dei loro partiti. Vincono quando riescono a far fuori prima Scajola e poi Tremonti, perdono quando Follini si dimette da vicepremier, si spaccano quando sentono l’aria del dopo Berlusconi. Rimpastoni, rimpastini, minacce e ricatti (tra partiti), battaglie di potere (nei partiti), crisi del governo e rinascita dello stesso governo. L’elettore assiste allibito.

      Ma c’è poco da allibirsi, è la logica del proporzionale che non è mai uscita dalla mentalità dei nostri politici. Semmai si è nascosta dietro la scena maggioritaria e bipolare. Ma se passasse la riforma, si dice, cambierebbe anche la scena e i partiti si sentirebbero ancora più forti e spavaldi, solo loro avranno il potere di decidere chi si candida e chi sarà eletto. Invece oggi chi lo decide?