“StatoLiquido” P.Modiano: la produttività è in crisi

21/06/2005

      martedì 21 giugno 2005

        Pagina 7

          IL DIRETTORE GENERALE DEL SANPAOLOIMI: ANCHE SE ATTRAVERSIAMO UNA FASE DI DIFFICOLTA’ INEDITA NON E’ ANCORA IL CASO DI PARLARE DI RECESSIONE

            Modiano: la produttività è in crisi
            ma le imprese stanno resistendo

              intervista
              Marco Zatterin

              IL quadro è complesso, non disperato. «E’ vero», dice Pietro Modiano, l’economia italiana attraversa una fase di difficoltà «eccezionale ed inedita», eppure «bisognerebbe usare con cautela i termini declino e recessione». La produzione industriale ferma da quattro anni non cancella gli «evidenti segnali di resistenza delle imprese all’avanzare della crisi». La domanda è ferma, «c’è una palese sindrome della quarta settimana per i consumatori» e un peggioramento della produttività «che forse è il singolo maggior problema del sistema». Ora come ora, «si rischia di finire in un circolo vizioso». Attenzione, però: c’è ancora tempo, assicura il banchiere, per evitare il peggio.

                «E’ tutto negli indicatori», assicura il direttore generale del SanpaoloImi alla vigilia del convegno BancaImi/Borsa Italiana che domani pomeriggio a Torino affronterà il tema della quotazione in Borsa come opportunità di crescita per le piccole e medie imprese. «Nel Duemila abbiamo toccato i minimi e poi non si è ripartiti come in genere accade, così abbiamo perso tutta la sequenza di eventi virtuosi che si verificano nei momenti di risalita, gli investimenti per la crescita, i progetti di sviluppo e tutto il resto. E’ stata una situazione comune a molti Paesi sino al 2004. Solo che Francia e Germania, sebbene in ritardo, si sono rimesse in moto e oggi sono già distanti. Non siamo stati neanche capaci di sfruttare i bassi tassi che l’euro ha saputo regalarci».

                Dove nascono queste difficoltà?

                  «Esiste un problema di produttività senza precedenti. Il costo del lavoro è tornato a crescere di più rispetto ai concorrenti europei, mentre lo stesso non è avvenuto per i salari, che procedono in linea. Anche per questo il rimpianto della svalutazioni competitive mi pare assurdo. Potrebbe avere senso per correggere i divari salariali, ma non certo per risolvere problemi di produttività».

                  Qual è la ricetta?

                  «Gli strumenti a disposizione sono pochi, ma l’obiettivo deve essere lo stimolo e il sostegno della domanda e delle imprese. I sindacati stanno facendo bene il loro mestiere e la Confindustria riesce nell’intento di rappresentare l’intero sistema delle aziende. Credo che questo Paese abbia necessariamente bisogno di una maggiore concorrenza e di un’apertura all’Europa. L’offensiva contro la moneta unica è, anche da questo punto di vista, il frutto di una scarsa conoscenza delle cose».

                  Senza una ripresa dei consumi, però, non si va lontano.

                    «Ecco un terzo punto cruciale. Si parla diffusamente della crisi della quarta settimana, del fatto che a fine mese la domanda di beni si arresta o recede. Nel ristagno generale una parte del Paese sta andando indietro. Saranno aneddoti, ma tutte le grandi catene di supermercati e i produttori alimentari lo confermano. La verità è che siamo disarticolati».

                    Disarticolati?

                    «C’è chi fatica ad arrivare alla fine del mese e chi se la cava bene. I consumi alimentari sono scesi per la prima volta nel 2004, anche se di una frazione. Per contro, quelli di beni durevoli sono cresciuti dell’otto per cento. E’ il divario sociale che si amplia. E’ il risultato della crescita mancata. Quando l’economia tira, tutto il sistema ne gode i benefici. Se al contrario avanza poco o per nulla, per chi è ai limiti c’è ogni giorno il pericolo di andare sotto. E’ per questo che dico che la società si disarticola».

                    Meno male che il risparmio tiene…

                      «Passato lo sboom del duemila, c’è stato un graduale aumento della propensione. Ma il contesto è mutato. Nei giorni della crisi degli Anni Settanta i titoli pubblici avevano un ruolo complementare nei confronti dei salari. La gente poteva contare su una rendita certa a fianco di quella di quella da lavoro. Era una sicurezza che è venuta meno».

                      Lei non è pessimista sul futuro. Come mai?

                      «Perché le imprese, pur non godendo di buona salute, resistono. I margini operativi sui fatturati stanno scendendo, ma nella media sono più alti rispetto a dieci anni fa. E gli oneri finanziari, che allora consumavano l’80% dei margini, oggi ne assorbono meno del 50. Ancora: controllo ogni settimana il numero delle posizioni che vanno in incaglio e non trovo segni di aumento; vuol dire che le imprese non chiudono. Infine c’è l’export. In quantità le vendite all’estero sono scese moltissimo, ma in valore, a prezzi correnti, le nostre quote di mercato sono stabili da tre anni. Nonostante la Cina e nonostante il calo della produttività. E’ un segnale evidente del fatto che c’è chi, nel sistema, ha creato un argine alla crisi».

                      Le banche fanno il loro lavoro?

                        «Il sistema è impegnato a fare il meglio. Il problema, semmai, è che rischiamo di offrire troppo credito, e non troppo poco».

                        C’è concorrenza nel credito?

                        «Sul fronte delle imprese, sì, ce n’è molta. Su quello delle famiglie si può migliorare».

                        Non crede che dobbiate diventare più internazionali?

                          «Occorre più Europa anche nel credito. E’ chiaro che le grandi partite di sviluppo non saranno soltanto nazionali. Anche noi italiani dobbiamo accettare questo dato di fatto per essere percepiti come una regione dell’Europa e non come un’entità a se stante».

                          Abbiamo i numeri per farlo?

                            «C’è un elemento più generale che mi preoccupa. E’ il diffuso senso di spostamento dei pesi, nel Paese e nella sua finanza, dalla manifattura – che deve stare al centro anche di una moderna economia terziaria – ad altri settori. I nuovi protagonisti della finanza sono, per così dire, meno manifatturieri di quanto sarebbe auspicabile. Qui c’è invece bisogno di una classe dirigente che tutti i giorni avverta la spinta del mondo che cambia, della Cina e dell’innovazione, e che trovi in sé tutte le risposte giuste per tornare a crescere. In caso contrario, tutto sarà più difficile».