“StatoLiquido” P.Fassino: «Sconfitti ma non pentiti»

14/06/2005
    martedì 14 giugno 2005

      Pagina 11 – Interni

      L´INTERVISTA

        Per il segretario dei Ds i 10 milioni di Sì sono "un patrimonio che darà comunque frutto"
        «Sconfitti ma non pentiti
        la vera Italia è più moderna»
        Fassino ai centristi: un´illusione l´unità dei cattolici

          GOFFREDO DE MARCHIS

            ROMA – Segretario Fassino, i Ds hanno promosso il referendum, hanno raccolto le firme, hanno fatto campagna per il Sì. Oggi, quindi, sono indicati fra i principali sconfitti.

            «Non c´è dubbio, l´astensione ha vinto. E l´esito per noi è del tutto insoddisfacente. Speravamo in un´affluenza più alta. Sapevamo che era una causa a rischio, una battaglia difficile, ma non sono pentito di averla combattuta. L´abbiamo fatta con un´unica finalità: dare una legge migliore a chi vuole mettere al mondo un figlio. Quando tutto è iniziato non ci siamo chiesti se era una sfida politicamente conveniente, ma se era moralmente giusta. E ci siamo risposti di sì. Ci sono battaglie che vale la pena di combattere anche se i risultati immediati non sono vincenti. E io sono sicuro che i 10 milioni di Sì sono un patrimonio per il Paese e per la democrazia, sono sicuro che daranno dei frutti, magari più avanti».

            Rutelli ha sempre detto che i partiti del centrosinistra non avrebbero dovuto partecipare ai comitati promotori. Aveva ragione lui?

              «Ma questa battaglia non è cominciata con la raccolta delle firme. È cominciata in Parlamento quando abbiamo presentato centinaia di emendamenti per migliorare la legge scontrandoci con la sordità e la chiusura della destra. È proseguita con il referendum pur sapendo che era molto complicata. Noi però l´abbiamo condotta con estremo rigore, non l´abbiamo mai piegata a un uso politico strumentale. Non ho mai chiesto di andare a votare quattro Sì dicendo che era un voto contro Berlusconi, ho rispettato tutte le posizioni diverse dalla nostra comprese quelle interne al centrosinistra. Abbiamo rispettato la Chiesa, senza asprezze polemiche e abbiamo riconosciuto il suo diritto a sostenere esplicitamente le sue posizioni. Un conto però è il punto di vista di una religione, altra cosa è il compito di uno Stato laico che non può identificare le proprie leggi in un credo religioso o in una convinzione filosofica».

              Ma il pressing delle gerarchie ecclesiastiche a favore dell´astensione è stato molto forte. Tanto da spingere alcuni laici, Scalfari tra questi, a mettere in discussione il Concordato.

              «Io mi limito a dire questo: nel momento in cui ha raggiunto il suo obbiettivo, spero che l´episcopato italiano non si sottragga a una riflessione sul modo in cui lo ha raggiunto e sui rischi che questo modo può comportare. Deve evitare un atteggiamento che confonde l´etica con il diritto e le convinzioni religiose con la funzione dello Stato».

              Il dato clamoroso dell´astensione indica che la sinistra non è riuscita a portare una parte dei suoi elettori alle urne. Perché?

                «Prima di tutto, va detto che dieci milioni di Sì sono più dei voti raccolti nel 2001 dai partiti che si sono pronunciati esplicitamente per il Sì».

                Adesso l´Unione è cresciuta rispetto a quattro anni fa…

                «Gran parte degli elettori dei Ds e della sinistra si sono identificati con la campagna referendaria. Ma ci sono anche settori del nostro elettorato che non siamo riusciti a portare al voto, soprattutto al Sud dove l´affluenza è stata inferiore alla nostra consistenza elettorale. Dobbiamo riflettere su questo, per parlare con quei cittadini che non siamo riusciti a convincere. Del resto, il problema è più generale, è un problema che riguarda l´intera classe dirigente del Paese. Per il voto e per il Sì si sono schierati tutti i grandi giornali, il grosso dell´establishment culturale e scientifico, un pezzo del sistema politico trasversale, dai Ds a Fini. Dopodiché viene fuori questo risultato… È l´apertura di una faglia tra la società e il sistema di rappresentanza»

                Il cardinale Ruini però ha rappresentato benissimo la società italiana in questo passaggio.

                  «Parzialmente, perché Ruini non ha scelto di fare la battaglia contro la legge chiedendo di votare e di votare No. Ha cavalcato le inquietudini per determinare un fenomeno di astensione che segnala sempre quel problema: la difficoltà della classe politica e dirigente a farsi riconoscere dal Paese. Però, l´astensione è più una rinuncia a esprimersi che una scelta, il non voto ha enfatizzato il disimpegno anziché una decisione consapevole del cittadino contro la legge. E non dimentichiamo che in molti piccoli centri l´astensionismo ha addirittura leso la segretezza del voto. Anche su questo bisognerà riflettere… Quello che voglio dire è che la coscienza del Paese è più avanzata di quanto si legge nel referendum. È più moderna, è più laica, è più civile. Non ha vinto il No, ha vinto l´astensione e lì c´è l´equivoco. Io ci leggo più una difficoltà a pronunciarsi su una materia percepita come difficile e complessa che un rigurgito di conservatorismo».

                  Adesso che si fa?

                  «Intanto l´astensione ha reso inutile il referendum, ma non ha reso intoccabile la legge 40 e quindi la parola torna al Parlamento. Lì noi ci batteremo per migliorarla. Anche nel fronte anti-referendario, dopo i due mesi di campagna, sono cresciute sensibilità diverse».

                  Referendum inutile ma destinato a influire sugli equilibri dei due schieramenti.

                    «Non c´è nessun automatismo tra le vicende referendarie e la dialettica politica. Io e Fini abbiamo votato nello stesso modo, ma non faremo insieme una maggioranza. Pera e Rutelli si sono astenuti e anche loro non stringeranno nuove alleanze»

                    Il problema non è Rutelli con Pera, ma il rapporto tra la Margherita e i centristi del Polo, tra Rutelli e Casini. Sull´esito del voto può poggiare la rinascita di un progetto centrista che scombina i poli?

                      «Quello è un altro terreno. Dieci anni dopo la fine della Dc, qualcuno può essere indotto, sulla base del voto di ieri e della partecipazione attiva della Chiesa, a far tornare di attualità l´unità politica dei cattolici».

                      Anche nel centrosinistra?

                        «A destra e a sinistra. Ma io penso che sia un´illusione perché la società italiana è più avanti e più laica. Nel referendum sulla fecondazione assistita molti credenti si sono collocati in un fronte e nell´altro. E non pochi hanno votato Sì. Se qualcuno ci portasse a votare l´abrogazione della legge sull´aborto, penso che la gran parte dei credenti si rifiuterebbe di modificare quelle norme. La riproposizione dell´unità politica dei cattolici a me pare antistorica. Però, qualcuno può pensarci, ripeto a destra e a sinistra. Anche per questo, abbiamo bisogno di proseguire sul progetto politico che con Prodi e Rutelli abbiamo costruito in questi anni: l´incontro nel centrosinistra del riformismo cattolico con quello di ispirazione laica e socialista».

                        Cioè, l´Ulivo come freno alle tentazioni centriste.

                        «Sì, l´Ulivo come la strategia per consolidare il bipolarismo e, nel centrosinistra, per far incontrare laici e cattolici».

                        Ma il referendum spaccherà un Ulivo già molto diviso.

                          «Non c´è una connessione automatica tra l´esito del referendum e il dibattito nell´Ulivo. Ma c´è una connessione di clima e di scenario. L´esito di ieri è un colpo per il centrosinistra e per la sua gente in una fase, per di più, che è già di malessere, di disagio per le ultime discussioni tra di noi. Abbiamo bisogno di riprendere un cammino unitario senza altre lacerazioni, senza altri traumi. Dobbiamo trovare una ricomposizione che confermi la leadership di Prodi e che ci permetta di riprendere il percorso di unità con tutti i protagonisti dell´Ulivo, Margherita compresa. Anche in questo passaggio, è necessario ricomporre e non lacerare».