“StatoLiquido” Nell’Ulivo torna la competizione interna

21/06/2005

      martedì 21 giugno 2005

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          PER ANNI LA GARA, E A VOLTE LA LITE, È STATA TRA IL PROFESSORE E I DS. STAVOLTA È TRA FASSINO E RUTELLI

            E nell’Ulivo torna la competizione interna

              Riccardo Barenghi

              ROMA
              Quando Prodi, uscito malamente dal suo stesso governo nell’autunno del ‘98, decise di fondare un nuovo partito (I Democratici), ce l’aveva a morte con i Ds. E in particolare con Massimo D’Alema che l’aveva sostituito a Palazzo Chigi e che veniva accusato di essere stato insieme a Fausto Bertinotti l’autore del «complotto» che appunto costrinse Prodi a dimettersi. Era il febbraio del ‘99 e l’ormai ex leader dell’Ulivo usò una formula che restò famosa: «Competition is competition». Intendeva dire che la sua nuova formazione avrebbe con-corso elettoralmente non solo contro Berlusconi e il suo centrodestra ma anche contro D’Alema e la sua sinistra.

              Oggi la competizione si riapre. Non tra Prodi e Rutelli (la scissione è stata evitata, i prodiani restano nella Margherita e Prodi sarà il leader di tutti) ma tra Rutelli e Fassino. Non sarà naturalmente la gara principale delle prossime elezioni (quella resta tra centrosinistra e centrodestra, tra Prodi e Berlusconi o chi per lui), sarà una subordinata, una subgara. Però ci sarà, e infatti nessuno la nega.

              Anzi, dietro la soddisfazione per la ritrovata unità, i leader dei due partiti già preparano le loro strategie elettorali. La Margherita per esempio sa perfettamente di aver perduto terreno in favore dei Ds (oggi accreditati al 22 per cento), percepiti come il partito che più si è speso per salvare il salvabile (e alla fine Fassino l’ha salvato). Ma sa anche, la Margherita, che dovrà combattere su tre fronti per riuscire ad espandersi. Uno riguarda appunto quell’elettorato che una volta vota Rutelli (il 2001), la volta dopo Fassino, poi magari ritorna a Rutelli ma oggi sta con Fassino. Qui la gara parte in salita per l’ex sindaco di Roma, che dovrà tentare di recuperare l’ulivismo diffuso tra gli elettori. Lo aiuta il fatto di avere ancora in casa i prodiani, lo penalizza la rottura con Prodi.

              Gli altri due fronti, Rutelli se li trova alla sua destra, quegli elettori che rifiutano di farsi arruolare in uno dei due schieramenti (quattro anni fa votarono Berlusconi, domani chissà) e i cosiddetti «non vicini». Lontani dalla politica, dalla destra come dalla sinistra o dal centro. Che spesso e volentieri si astengono. La scommessa di Rutelli è portarli a votare (per sé). Se le tre operazioni gli riescono almeno in parte – recupero di parte degli elettori del centrosinistra oggi orientati verso la Quercia (tre-quattro milioni), conquista di voti oggi in Forza Italia o all’Udc, non tantissimi ma decisivi per vincere e per qualità politica (un’iniezione di centrismo), e infine il riaggancio di astensionisti non cronici – Rutelli potrà dire di aver vinto le «sue elezioni». Superando magari quel 14,5 per cento che resta il risultato migliore del suo partito (ma c’era l’Udeur e lui era il candidato premier).

              Il partito di Fassino ha invece un problema di fondo che precede la tattica elettorale. Negli ultimi due anni i Ds sono stati il motore del progetto appena naufragato, la Lista unitaria per poi far nascere il partito di Prodi e di tutto l’Ulivo. Il Partito riformista. Tanto che anche il loro ultimo congresso si svolse tutto per questa prospettiva, premiandola con l’80 per cento di voti al segretario. Il quale sa che oggi quell’ipotesi resta al massimo un orizzonte, ma sa anche che non può gettare la spugna. Dando così ragione alla minoranza interna (Mussi, Salvi) che non perde occasione per sottolineare il fallimento politico dell’operazione, riproponendo un ritorno alle origini: un partito riformista sì, ma di sinistra, socialdemocratico insomma. E’ un’idea che ormai fa proseliti anche tra chi finora aveva appoggiato la linea del segretario.

                Ma Fassino non farà il ribaltone di se stesso. Per vincere la competizione interna all’Unione, per tenere ben agganciati i suoi voti storici, non perdere quelli appena conquistati grazie alla sua immagine unitaria e contendere il campo «moderato» alla Margherita, il leader diessino cercherà di accreditare la sua Quercia come l’embrione di quel sogno di partito rimasto nel cassetto. Sperando così di interpretare il desiderio del Paese che vuole una politica riformista ma contemporaneamente vuole anche votare per qualcuno che sia capace di dare battaglie (magari perse ma non importa) sui nuovi diritti individuali. In poche parole: riformismo, capacità di mediazione unitaria, etica laica. Tre fronti per tenere Rutelli a distanza senza spianare la strada a Bertinotti. Cercando di occupare, come disse dieci anni fa proprio D’Alema, «tutto il campo».