“StatoLiquido” M.Follini: «Ha prevalso un´Italia profonda»

14/06/2005
    martedì 14 giugno 2005

      Pagina 9 – Interni

      L´INTERVISTA

        Il leader dell´Udc: "Gestire la vittoria con sobrietà. La sinistra rifletta, il Pci diffidava dei referendum"

          «Ha prevalso un´Italia profonda
          ma non è la rivincita su Porta Pia»

            Follini: "Non c´è alcun disegno neocentrista con la Margherita"

              LUIGI CONTU

                ROMA – La vittoria del fronte astensionista è stata grande. E grande è la soddisfazione che si respira in casa Udc, il partito che nel centrodestra ha raccolto l´eredità democristiana. Ma alla gioia per il prevalere del «buon senso e della prudenza» Marco Follini aggiunge la preoccupazione che il voto possa essere brandito dai «teocon» del suo schieramento come una spada integralista, che il confine tra politica e religione possa essere rimesso in discussione, che il campo della politica venga diviso tra Bene e Male. «Il 12 e il 13 giugno non sono la rivincita su Porta Pia – dice – ma la vittoria del buon senso, da gestire con grande sobrietà e misura».E invita la sinistra, in particolare i Ds a riflettere sulla scelta di intraprendere la strada referendaria, così lontana dalla visione di Enrico Berlinguer .

                Onorevole Follini, chi è il vero vincitore di questa partita?

                «E´ la vittoria di un´Italia profonda, che non si mette in vetrina ma custodisce i valori del buon senso e della prudenza. Un paese che tanti dirigenti politici con una comune estrazione di centro, benchè appartengano a schieramenti diversi sono riusciti ad interpretare un po´ di più e un po´ meglio di altri»

                Come è già accaduto nelle elezioni presidenziali americane i valori etici divengono il terreno di scontro degli schieramenti politici.

                «Non vedo il bipolarismo come una sfida che avviene a cavallo della morale. Non ci sono i campioni della virtù e gli alfieri del vizio. Né, tantomeno, penso che la linea di confine tra i due schieramenti passi attraverso le categorie dei laici e dei cattolici».

                Il fronte laico ha però subito una sconfitta storica.

                «Questo voto non è la breccia di Porta Pia all´incontrario. E non è la rivincita degli anni Settanta. La Chiesa ha espresso il suo punto di vista, coerente con la sua dottrina. Ma la vittoria dell´astensione non è la vittoria dell´integralismo. Non è per questo che è stata costruita, non è questa la prospettiva».

                Molti però accusano la gerarchia ecclesiastica e il cardinale Ruini di perseguire questo obiettivo.

                «Il cardinal Ruini ha rappresentato una convinzione che inizialmente poteva sembrare una strada tutta in salita e che poi, numeri alla mano, si è dimostrata largamente maggioritaria. E però questo nulla toglie all´autonomia della sfera politica. Un punto fermo per lo Stato italiano e, dal mio punto di vista, anche per i cattolici impegnati in politica. Detto questo, per dirla con una battuta, preferisco di gran lunga Don Camillo a Don Abbondio».

                E ai teocon italiani, al partito del Foglio, che messaggio manda?

                  «Diamo a tutti il benvenuto sulla trincea dei valori. Ma chi si trova in trincea da tanti anni sa che la si difende interpretando le ragioni del cattolicesimo liberale senza brandirli come una spada da far roteare con eccesso di zelo. Io sono un vecchio-giovane democristiano, un "democon" e non certo un "teocon". Credo che questo risultato imponga una misura che in alcuni casi è stata travalicata durante la campagna elettorale. Partiamo dal principio che Veronesi non è la reincarnazione del dottor Mengele e che né Pera, né Casini, né Rutelli sono i nipotini dell´inquisitore Torquemada. Togliamo di mezzo gli eccessi e recuperiamo il senso della misura, in cui c´è la doverosa distinzione tra sfera politica e religiosa, anche se è chiaro che questa è una fase della vita dell´umanità in cui il ragionamento sull´identità qualche volta fa premio. Tutti avvertono il bisogno di radici, di comunità, di una certezza su quello che si è e sui propri simili. Ma non possiamo dimenticare che la democrazia è la capacità di ospitare visioni diverse e farle convivere in modo non troppo stridente. E questo va detto anche a certi amici della sinistra».

                  A chi si riferisce?

                    «A coloro che spesso si lamentano di non trovare nel centrodestra interlocutori all´altezza della Dc. In questo caso sono io che mi dolgo di non avere avuto la possibilità di confrontarmi con quella che era la diversa cultura politica del Pci. Berlinguer si lasciò trascinare nella trincea referendaria con grande disagio, resistette fino al possibile e si tenne lontano dalla radicalizzazione del conflitto. Invece Fassino si è prodigato un´intera estate a raccogliere firme a tutte le feste dell´Unità. Vale la pena forse che anche loro si interroghino su quanto sia stato saggio buttarsi a capofitto in una battaglia che è stata chiaramente minoritaria».

                    Il referendum ha certamente acuito le differenze. Non teme che dopo questa battaglia il dialogo tra laici e cattolici diventi impossibile?

                      «Proprio per questo contesto l´uso del referendum. La scimitarra del sì e del no si presta ad argomenti più adatti alla semplificazione, meno complicati di quello su cui si è votato. Il ricorso alle urne in questo caso contiene in se il rischio di una reciproca estremizzazione. Ed è una delle ragioni per le quali non sono andato a votare. Mi sembrava giusto che questo argomento non si tagliasse con l´accetta, perché l´accetta finisce per disegnare schieramenti politici un po´ artificiosi. Quanto al dialogo tra laici e cattolici, deve proseguire e se possibile divenire più intenso. Peraltro segnalo che ci sono stati diversi irregolari nei due schieramenti. Il che conferma che le cose sono un po´ più complesse della logica di schieramento».

                      Proprio questa trasversalità ha messo in allarme Prodi e Berlusconi, che vedono nel dialogo tra voi e il partito di Rutelli il ritorno di un disegno neocentrista…

                        «Per tutti noi la democrazia dell´alternanza resta un punto fermo e nessuno ha mai messo in discussione il bipolarismo in questi anni. E trovo che sia un po´ stucchevole questo ritornello di sospetti che accompagna i dirigenti politici di centro ogni volta che hanno qualcosa da dire o che capita loro di incontrarsi, magari svolgendo un ragionamento che può essere comune in alcuni tratti. L´idea che ci sia sempre un guardalinee un po´ zelante che segnala il fuorigioco anche quando si stanno rispettando tutte le regole del gioco bipolare mi sembra un modo di eludere i problemi politici che poniamo. Molti dirigenti politici di marca centrista hanno dimostrato in questi giorni una forte capacità di interpretazione dell´anima del paese, e tra questi ci metto anche Berlusconi. Tante volte mi è capitato di criticarlo e altre mi capiterà. Ma in questo passaggio ha saputo cogliere lo spirito del momento. Così come Rutelli, Casini e tanti altri. Ciò non significa però che da domani si dedicheranno a costruire un partito che li accomuni, magari travolgendo i paletti che presidiano il sistema bipolare».

                        Tra i paletti del bipolarismo Berlusconi vorrebbe piantare anche quello del partito unico del centrodestra…

                          «Da oggi la maggioranza ha qualche argomento in più nei confronti degli italiani rispetto alla sconfitta delle regionali. Ma non trarrei conseguenze meccaniche e dirette sulla geopolitca del centrodestra. Non mettiamo insieme l´astensionismo al referendum con la prospettiva di nuovi partiti».

                          Chiusa la battaglia referendaria, come sempre, si pone il problema di che fare del voto, seppure minoritario, dei milioni di italiani che avrebbero abrogato o modificato la legge 40. Lei pensa che ci sia ancora spazio per introdurre cambiamenti in Parlamento?

                            «Il tempo parlamentare che abbiamo davanti è poco. Questa legislatura non ha un respiro lungo e francamente non vedo questo argomento tra le urgenze. Si è voluto sentire cosa ne pensano gli italiani e mi sembra che abbiano parlato con sufficiente chiarezza. Questo non esclude che nella prossima legislatura si possa tornare sul tema, dialogando tra laici e cattolici e anche tra gli schieramenti. Ma insisto, ogni vittoria va gestita con sobrietà e prudenza e una grande vittoria richiede ancora più grande sobrietà».