“StatoLiquido” L’astensione? Il disinteresse ha vinto su tutto (R.Mannheimer)

14/06/2005
    martedì 14 giugno 2005

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      IL SONDAGGIO

        L’astensione? Il disinteresse ha vinto su tutto

          Hanno pesato poco scelte politiche o religiose, ha prevalso la difficoltà di comprensione. Anche nel centrosinistra

            Renato Mannheimer

              Lo evidenziano già i dati sull’afflusso alle urne. E lo confermano i risultati del sondaggio. Gli astenuti sono presenti «trasversalmente» in tutte le categorie socio-anagrafiche. Vi sono, com’era ragionevole aspettarsi, differenze in relazione all’orientamento politico. Ma, ha finito con l’astenersi anche la maggioranza assoluta degli elettori diessini. E, naturalmente, quella di chi dichiara di non sapere cosa votare alle prossime elezioni. Ovviamente, la quota di astenuti è massima (80%) nel sottogruppo che dichiara di recarsi a Messa una o più volte alla settimana. Ma essa supera il 60% anche tra chi afferma di non frequentare mai le funzioni religiose. Insomma, al di là dei suoi risvolti politici e ideologici, la consultazione di domenica e lunedì ha confermato il rilievo dei due fenomeni che più sembrano contraddistinguere oggi lo scenario politico ed elettorale.

              1) La frattura territoriale. Le regioni del nord si sono recate alle urne in misura grossomodo doppia di quanto è accaduto al sud. Il motivo sta, ovviamente, in un modo diverso di concepire le scelte politiche. L’esistenza di «culture civiche» differenti è stata evidente sin dai tempi del primo referendum istituzionale, nel 1946. Ma, come ha sottolineato Ilvo Diamanti, la differenziazione territoriale delle modalità di voto si è andata in qualche modo accentuando in quest’ultimo periodo.

                2) Il progressivo disinteresse, la «smobilitazione» di una parte di elettorato. Come si sa, i partiti tradizionali funzionavano da «facilitatori» delle scelte elettorali e degli orientamenti politici. Chi non poteva o voleva informarsi in dettaglio sulle varie questioni, faceva, più o meno consapevolmente, riferimento alle posizioni del partito cui si sentiva più vicino. Con la scomparsa delle ideologie tradizionali, questa funzione è venuta meno. Alcuni, pochi, si sono in qualche modo «arrangiati» documentandosi da soli sulle varie tematiche. Altri, la maggioranza, hanno ritenuto preferibile allontanarsi e disinteressarsi del dibattito politico. Rinunciando spesso a votare. Specie nei referendum. Poiché in questi ultimi si è spesso chiamati a pronunciarsi su argomenti ritenuti, a torto o a ragione, troppo complessi o settoriali.

                  Dunque, buona parte dell’astensione rilevata in questo referendum è motivata non tanto da una scelta politica o religiosa, quanto dal rifiuto o dalla difficoltà di approfondire troppo la questione. E dalla correlata convinzione che, come ci ha detto, spazientito, un intervistato «i parlamentari sono pagati apposta per fare le leggi. Che l’aggiustassero loro una cosa così complicata».

                    Tra i nostri intervistati, il 35% ha dichiarato, già la mattina della domenica, che non si sarebbe recato a votare. Tra i restanti, una parte (grossomodo il 20%) era deciso viceversa a recarsi alle urne. Gli altri si definivano invece indecisi. La gran parte di costoro, come si sa, non è poi andata a votare. Li abbiamo denominati astensionisti «aggiuntivi», poiché non avevano deciso (o non avevano voluto dichiarare) il loro comportamento già all’inizio della consultazione. Si tratta di elettori diversi dagli astenuti «convinti». Lo si vede dalle motivazioni al non voto, ove prevale per costoro l’argomento: «Sono talmente indeciso da preferire forse non votare». Questo astensionismo «aggiuntivo» pare insomma suggerito più da disinteresse o difficoltà di comprensione, che da scelta «politica» vera e propria. Per questo l’astensionismo «aggiuntivo» è assai più diffuso nelle categorie poco o per nulla coinvolte dalla campagna per l’astensione. Come coloro che si recano poco o mai alla Messa, oppure votano per i partiti del centrosinistra. Tra questi ultimi gli astensionisti aggiuntivi costituiscono addirittura la maggioranza.

                      Insomma, l’apporto politico all’astensione da parte della Chiesa e dei partiti che l’hanno auspicata è stato solo una componente del risultato, valutabile in meno della metà delle astensioni (36% dell’elettorato). Il resto, in modo relativamente «trasversale» alle varie forze politiche, è costituito da coloro che hanno trovato troppo difficili – e troppo impegnativi – i quesiti e che, in generale, si interessano poco alla politica. Si tratta del segmento composto dagli elettori cosiddetti «lontani», di cui si è discusso ancora di recente nel dibattito sull’esistenza di un centro «consapevole».

                        In definitiva il connotato caratterizzante questo voto non è prevalentemente quello politico, ma quello del disinteresse e della disinformazione, che, peraltro, avevano caratterizzato anche diversi referendum del passato. Un quadro assolutamente differente dal 1974. Anche a quel tempo la Chiesa si mobilitò contro il divorzio. Ma la questione era assai più semplice da comprendere e specialmente, funzionava il facilitatore costituito dalle forze politiche.