“StatoLiquido” L’amarezza di Casini: Marco è un ingrato

17/10/2005
    domenica 16 ottobre 2005

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    IL PARTITO DOPO LO CHOC SI TEME L’ABBANDONO DEI MODERATI NON BERLUSCONIANI

      L’amarezza di Casini: Marco è un ingrato

        Per la transizione si pensa a Buttiglione
        L’ex leader: resto, non vado mica a Tahiti

          Amedeo La Mattina

            ROMA
            «Un modo peggiore per motivare le sue dimissioni non poteva trovarlo. Le sue accuse nei miei confronti sono ingenerose, ingiuste, soprattutto dannose per un partito che ho voluto che lui guidasse, spesso in totale autonomia. E questo è il ringraziamento… Marco è un ingrato». Chi ha parlato ieri con Pier Ferdinando Casini lo descrive «incazzato, fuori dalla grazia di Dio». Al presidente della Camera sono andate proprio di traverso alcune frasi pronunciate da Follini per motivare le sue dimissioni. In particolare quando ha sottolineato che «non è ancora spenta l’eco di alcuni ragionamenti all’insegna del motto “o si cambia o si muore”». Ragionamento fatto da Casini all’inizio di agosto alla festa dell’Udeur a Telese. «E adesso – ha aggiunto Follini – sento dire se non si cambia troppo si sopravvive più agevolmente». E ancora: «Nessuna sfida, nessuna ossessione, nessun duello con Berlusconi. Il problema siamo noi. Se abbiamo un senso, se gli italiani che ci hanno affidato il loro voto si trovano in buone mani. Oppure se i nostri propositi politici sono di pastafrolla». Un altro riferimento a Casini, senza mai citarlo, che in queste settimane gli ha rimproverato di avere l’«ossessione» di Berlusconi, appunto.

              Gli amici in comune minimizzano gli effetti dello scontro tra i due. Negano che Follini si sia messo sulla riva fiume in attesa di veder passare il cadavere di un partito stritolato da Berlusconi. Ma ai centristi riuniti all’hotel Minerva non è passato inosservato un passaggio chiave della relazione, quello in cui l’ex segretario ha fatto presente di aver preso un partito al 3% e averlo portato ad oltre il 6%. E questo grazie ad una linea politica di forte autonomia rispetto a Forza Italia. Mentre oggi «i troppi sì» al Cavaliere sono il de profundis dell’Udc. Di chi sarà la colpa, nel ragionamento di Follini, è fin troppo chiaro: di Casini. La verità è che il presidente della Camera ha certamente recuperato i rapporti con Berlusconi e Fini, ha rafforzato la sua immagine nell’elettorato di centrodestra, ma ha un problema come leader dell’Udc. Lo ha ammesso lui stesso in un’intervista al «Corriere della Sera»: «Le dimissioni di Follini sono un danno molto grave: si avallerebbe la rappresentazione di comodo di tanti media su un’Udc subalterna a Berlusconi». Per questo Casini avrebbe voluto che Follini rimanesse al suo posto a via Due Macelli, almeno fino al momento del suo rientro sulla tolda di comando. E invece il bastian contrario il posto non ha voluto più tenerglielo caldo.
              Ora il Consiglio nazionale del partito dovrà trovare una soluzione ponte, un segretario-reggente che non sia troppo ingombrante, come invece può esserlo Baccini. Meglio un Buttiglione, spiega Lorenzo Cesa, che da presidente dell’Udc può arrivare al congresso di gennaio quando Casini potrà lasciare la presidenza della Camera e tornare al partito. Ma dovrà essere un reggente che non faccia deperire l’immagine che l’Udc, con Follini, si è conquistato in una certa opinione pubblica schierata con il centrodestra ma in maniera critica.

                Dopo le dimissioni di Follini, le preoccupazioni sono tante: c’è anche chi teme che l’ex segretario lasci il partito e diventi una mina vagante. Ma è stato lui stesso, nella replica, ad assicurare coloro che continuavano a chiedergli di ripensarci: «State tranquilli, non me ne vado a Tahiti. Resto nel partito e farò la mia parte per far vincere la Cdl».

                  Di queste preoccupazioni il duro confronto in direzione ne è stato il termometro. Tabacci ha detto che, nonostante l’approvazione della proporzionale, non bisogna trasformarsi in «yes-man» e votare tutto, dalla ex Cirielli, alla devolution all’affossamento della par condicio. Che fine fa, si è chiesto il vicesegretario Tassone, il progetto del partito dei moderati sul modello del Ppe? Il ministro Giovanardi ha litigato con il capogruppo Udc alla regione Puglia, Angelo Cera. «Non è possibile che ogni volta che rialziamo la testa – ha detto Cera – e aumentiamo i voti arrivano i berlusconiani a farcela abbassare». Replica di Giovanardi: «Zitto tu. Io sono sempre stato qui, sei tu che vieni da Forza Italia». «Stai zitto tu – è stata la controreplica – che in sei regioni non sei riuscito a prendere i voti che io ho preso nella sola provincia di Foggia». Il ministro Baccini è stato brutale con Follini: «Archiviamo queste dimissioni, ora il leader è Casini. Marco dice che la delegazione ministeriale dell’Udc è stata opaca: io so soltanto che abbiamo ottenuto in Finanziaria 1,2 miliardi per le famiglie. Purtroppo il partito non l’ha fatto sapere».