“StatoLiquido” La vedova di Miglio: Gianfranco avrebbe detto di no

17/11/2005
    giovedì 17 novembre 2005

    IL MODELLO «ERANO I CANTONI SVIZZERI, ALTRO CHE QUESTO FEDERALISMO»

    La vedova di Miglio: Gianfranco
    avrebbe detto sicuramente di no

      intervista
      Chiara Beria Di Argentine

        La rottura
        «Non esiste federalismo
        senza federalismo fiscale
        Tra mio marito e Bossi
        non c’era una grande
        amicizia. E Umberto,
        arrivato al governo,
        non ha più voluto
        fare le riforme»

          MILANO
          «La devolution? Per carità! Niente a che vedere con il federalismo immaginato da mio marito. E’ solo un compromesso – un pannicello caldo – per accontentare gli uni senza scontentare troppo gli altri». Ai tempi dell’ondata leghista quando Umberto Bossi minacciava la secessione e amava indicare la «polenta contadina» come sinonimo dell’identità lumbard Miryam Prediero, la moglie-ombra («dall’adolescenza alla vecchiaia, per tutta la vita siamo stati legati») del senatore Gianfranco Miglio, padre e ideologo del federalismo, andava anche ai banchetti al mercato a raccogliere le firme contro «Roma ladrona». Villa con vista sulla Svizzera. Rimasta vedova nell’agosto 2001 l’anziana e vispa signora («non attendo più gli ottant’anni», sorride) custodisce con fierezza i ricordi e i 30 mila volumi della biblioteca del professore per anni preside della Facoltà di Scienze Politiche all’università Cattolica di Milano. Personaggio scomodo Miglio teorizzò anche la divisione dell’Italia in tre macroregioni ma con la Lega al governo ruppe con Bossi e se ne tornò a vivere con Miryam, tra le camelie e i libri, nelle case di Como e di Domaso, il paesino natale nell’alto lago, dove riposa per sempre.

            Signora Miglio, perché non considera il via alla devolution come il coronamento di tanti anni di scritti e lotte che videro protagonista suo marito?

              «Li lasci dire, festeggiare. Mi creda è solo un pannicello caldo. Purtroppo sono vecchia ma solo di fuori, dentro ho ancora uno spirito saldo. Leggo i giornali. No, non La Padania».

                Suo marito amava ricordare che voi «làghèe», gente del lago, dite sempre ciò che pensate. A lei, dunque, la parola.

                  «Non sono una scettica, guardo in faccia la realtà. Questa riforma che delega alle Regioni la competenza su sanità, scuola e polizia può solo lenire la piaga rappresentata da un territorio, il Nord, che non può utilizzare al meglio le sue risorse perché deve versarle sotto forma d’imposte a Roma. Per dirla come mio marito: non c’è vero federalismo senza federalismo fiscale. Mio marito guardava ai Cantoni svizzeri; devolution è una parola che non ha mai usato».

                    Che ricordo ha di Bossi? E perché il loro sodalizio si ruppe?

                      «Non c’era una grande amicizia. Nella Lega mio marito entrò come indipendente solo per poter presentare le sue proposte di riforma costituzionale. Allora il movimento ci piaceva, dava voce alla giusta protesta del nostro popolo. Ma arrivato al governo Bossi non ha più voluto fare le riforme così mio marito se ne andò via».

                        Per lui fu una grande delusione?

                          «Era un uomo forte e intelligente. “Libero e grande”, abbiamo fatto scrivere sulla lapide a Domaso. Lui, che per tutta la vita aveva insegnato la politica, non si stupì troppo né si strappò i capelli che, del resto, non aveva».

                            Chi sono i veri eredi del professor Miglio?

                              «Ci sono tanti allievi e discepoli – per lui erano come figli – da Alberto Mingardi ad Alessandro Vitale che lo tengono vivo nelle università. Il discepolo a lui più caro, Lorenzo Ornaghi, oggi è rettore della Cattolica; un altro, Alberto Quadrio Curzio, è al suo posto a Scienze Politiche».