“StatoLiquido” La stagione del capitalismo a credito

19/07/2005
    martedì 19 luglio 2005

    pagina 10

      La stagione del capitalismo a credito

        Francesco Manacorda

          E’ un’operazione bellissima. Abbiamo acquistato e rivenduto e fatto un utile: è andata benissimo». Comprensibilmente euforico all’idea di 105 milioni di euro guadagnati in qualche mese senza colpo ferire, il «contropattista» della Bnl, Ettore Lonati ha dato ieri mattina una definizione icastica ma definitiva del neocapitalismo all’italiana. Un tempo questa specialità si chiamava speculazione finanziaria e i suoi protagonisti venivano tacciati con l’appellativo non propriamente benevolo di «raider». Oggi il quadro è cambiato: i Lonati, i Ricucci, i Coppola, gli Statuto, quelli che si definiscono insomma i nuovi imprenditori, dominano la scena finanziaria – complici le gravi difficoltà di una parte della grande industria – mettendo a segno operazioni che si concludono quasi sempre con plusvalenze milionare. Plusvalenze che verranno presumibilmente reinvestite in altri raid finanziari – Rcs e Mediobanca sono considerate tra le prossime possibili prede – basati sul medesimo meccanismo e dunque inserite in un circolo che risulta difficile definire virtuoso.

            Una ricetta di gran successo, quella di acquistare titoli quotati, rivenderli e realizzare utili, alla quale manca solo un ingrediente: la creazione di valore, con i suoi corollari come l’occupazione, la ricerca, gli investimenti. Tutto quello, insomma, che fa grande un paese e lo aiuta a crescere anche in termini non strettamente economici. Al vituperato «capitalismo senza capitali», che sosteneva Mediobanca e che da essa era sostenuto nei momenti di difficoltà, si sostituisce dunque oggi quello che Guido Rossi chiama il «capitalismo a credito». Al posto di un capitalismo che in parte non regge – anche per errori pregressi – alla concorrenza internazionale e in parte ha scelto la via più facile degli oligopoli protetti, si afferma un sistema fatto con i soldi delle banche, la voglia di profitti degli immobiliaristi che anche grazie alla bolla del mattone hanno stretto con quelle banche un rapporto indissolubile, la temerarietà al confine dell’avventurismo di alcuni manager «irresponsabili» – vedasi Gianpiero Fiorani e la sua Bpi – di fronte a un’azionariato che non ha statutariamente i mezzi per esprimere un eventuale dissenso. Il risultato è molta ingegneria finanziaria; molti compagni di cordata riuniti dalla voglia di fare soldi e di farne tanti e presto; molti istituti di credito – la Deutsche Bank, la Dresdner, la Royal Bank of Scotland perfino la giapponese Nomura – che dall’estero non disdegnano di tirar fuori la loro anima più corsara per appoggiare chi scorrazza nei mari con poche regole della finanza italiana.

              Ma nei nuovi attori che si irrompono con prepotenza sulla scena finanzaria non c’è solo il pittoresco dei matrimoni da favola, la facile ironia sulle difficili emancipazioni lessicali, lo scetticismo che permane su patrimoni immensi creati forse mattone su mattone ma comunque a ritmi fuori da ogni logica. Ci sono anche questioni fondamentali di rispetto delle regole di mercato messe fortemente in discussione – si prenda Ricucci e le sue dichiarazioni a cadenza regolare tese mantenere ai livelli più alti il titolo Rcs, o il patto occulto tra Fiorani e altri soggetti per la scalata all’Antonveneta – sulle quali non a caso si stanno muovendo sia la Consob sia la magistratura ordinaria. E proprio il presidente della Commissione Lamberto Cardia, venerdì scorso, ha avvertito nella sua relazione al mercato del rischio di un connubio banche-imprese nel capitalismo tradizionale con «l’accresciuto ruolo» degli istituti di credito, ma ha puntato il dito anche sui neocapitalisti e sul «frequente ricorso al credito per finanziare l’acquisizione partecipazioni in società bancarie».

                Tra gli effetti dell’unione monetaria ci si aspettava tra l’altro una crescita esponenziale delle operazioni cross-border e la progressiva trasformazione dello spazio europeo in mercato domestico che avrebbe premiato i protagonisti più efficienti favorendone lo sviluppo e punito viceversa chi non reggeva, privo ormai dello scudo delle svalutazioni, alla concorrenza. Così non è. Almeno non adesso e – con l’eccezione di Unicredit-Hvb – non in Italia. Di fronte all’arrocco del grande capitalismo, graficamente illustrato dalla diffusione dei patti di sindacato – più di una società quotata su cinque a fine 2004 – l’unico fenomeno nuovo, che piaccia o meno, è proprio quello dei raider. Inutile anche, a quel che pare, contare sul fatto che l’euro possa tradursi immediatamente in un’iniezione di concorrenza per il sistema grazie all’ingresso di operatori stranieri in settori protetti come quello bancario. I tentativi in questo senso sono stati puntualmente frustrati – l’ultimo esempio è di ieri mattina – da una Vigilanza che sembra più attenta al passaporto che non al portafoglio degli offerenti e naturalmente dalle mille risorse del «capitalismo a credito».