“StatoLiquido” In Europa soli nel grande declino

16/06/2005
    giovedì 16 giugno 2005

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    INDIETRO IN COMPETITIVITÀ E ANCHE NEL POTERE D’ACQUISTO

      In Europa soli nel grande declino

        Francia e Germania stanno risolvendo le difficoltà e ripartono

        analisi
        Stefano Lepri

          ROMA

            L’IMMAGINE migliore per ora resta quella di Jean-Philippe Cotis, capo economista dell’Ocse: la Francia zoppica da una gamba, la Germania dall’altra, l’Italia da tutte e due. Ovvero, nel complessivo malessere economico della metà occidentale del continente europeo, i francesi hanno alcune difficoltà ad esportare, i tedeschi esportano bene ma hanno consumi depressi, l’Italia aggiunge a vendite calanti all’estero una domanda interna così così. Cosicché al «mal comune mezzo gaudio» ancora in voga due anni fa, guardando ai due grandi vicini si sostituisce la constatazione che restiamo indietro benché loro incedano con fatica. E, si sa, i vicini mettono più invidia degli sconosciuti.

              Può darsi che nei prossimi mesi, congiunturalmente, le apparenze tornino ad ingannare: «Il prodotto lordo del secondo semestre – dice Sergio De Nardis, direttore dell’Isae – potrebbe essere in Italia lievemente positivo, in controtendenza con i dati negativi che si attendono da Francia e Germania, entrate in rallentamento più tardi». Resta che per l’intero anno 2005 l’Italia è, nella media delle previsioni internazionali, a crescita zero, la Germania vicina all’1%, la Francia sopra l’1,5%. E con quello zero, avvertono gli esperti, non si esclude il rischio di licenziamenti in autunno, dopo 10 anni di dinamica positiva dell’occupazione.

                Volendo fare un paragone su «come sta la gente», il potere d’acquisto medio degli italiani, stando ai dati Eurostat, è oggi del 7,5% inferiore a quello dei francesi e del 3,4% inferiore a quello dei tedeschi. Non sono divari forti, ma si sono all’incirca raddoppiati entrambi negli ultimi 5 anni. Perdiamo colpi. Anche ai due grandi vicini non riusciamo a vendere le nostre merci, notava giorni fa il presidente della Confindustria Luca Montezemolo: «Non è colpa dei cinesi se negli ultimi 15 anni abbiamo perso quote di mercato anche nei confronti di Francia e Germania».

                  E’ terribile il grafico sull’andamento di competitività pubblicato nell’ultimo rapporto economico dell’Ocse (ma molto simile a uno già prodotto dalla Banca d’Italia): dal 2000 al 2005, l’Italia ha perso il 25% in termini di costo del lavoro per unità di prodotto, Francia e Germania poco più del 2%. E qui sta un bel mistero italiano: perché, sempre secondo l’Ocse, «in termini reali i salari hanno avuto una variazione molto modesta». Come fa il costo del lavoro a essere aumentato così tanto se i lavoratori dipendenti in concreto non si ritrovano quasi nulla di più in tasca?

                    Una prima spiegazione è che l’aumento dei prezzi in Italia è stato superiore a Francia e Germania, e i salari lo hanno seguito; ma questo spiega solo una parte del fenomeno. L’altra parte è il declino della produttività: cioè, proprio negli anni della rivoluzione informatica che altrove ha permesso di produrre di più con meno fatica, le imprese italiane sono rimaste ferme, in media con lo stesso numero di persone e lo stesso impiego di capitali il prodotto è rimasto quasi lo stesso. E’ il «declino del modello italiano» di cui ormai si parla sulla stampa economica internazionale.

                      Per metterla nelle espressioni tecniche di un alto dirigente della Banca d’Italia, la «dimensione ottimale dell’impresa» in Italia, tenuta piccola per meglio sfuggire ai vincoli burocratici, legislativi, e strutturali del nostro sistema, si è rivelata troppo piccola, dunque non ottimale, per sviluppare l’innovazione. Si investe in tecnologia solo il 5,2%, contro il 7% circa dei pur non brillantissimi vicini. Gli imprenditori italiani proprio essendo in prevalenza piccoli non sono riusciti a espandersi abbastanza all’estero. Secondo dati Mediobanca, le aziende multinazionali rappresentano oltre un quarto dell’intera economia tedesca e francese, un nono di quella italiana. La dimensione complessiva delle nostre multinazionali è pari a un terzo di quelle francesi e a un quarto di quelle tedesche.