“StatoLiquido” Il Professore è in un labirinto

17/10/2005
    sabato 15 ottobre 2005

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    L’INVESTITURA DAL BASSO ERA UN ASSO NELLA MANICA, MA LA NUOVA LEGGE AVRÀ RICADUTE IMPREVEDIBILI

      Proporzionale e candidatura 2006
      Il Professore è in un labirinto

      analisi
      Federico Geremicca

        ROMA
        Come partire con i soliti amici per una sgambata in bici sulle colline dell’Appennino e poi scoprire che altro che allenamento, bisogna vincere, e vincere bene. Per Prodi, adesso, le primarie si sono trasformate in una cosa più o meno così. Infatti, prima ancora di diventare a tutti gli effetti legge dello Stato, la riforma del sistema elettorale sta già producendo evidenti novità politico-psicologiche in entrambe le coalizioni. E innanzitutto – com’era ovvio attendersi – nell’Unione di centrosinistra, che con l’imminente ritorno al sistema proporzionale, sta vedendo trasformati il senso e il profilo di una serie di questioni tutt’ora aperte. A cominciare, naturalmente, dalle primarie per la scelta del candidato premier, previste per domani.

          Era stato proprio Romano Prodi – è storia di questa primavera – a premere sui partiti dell’Unione per strappar loro il sì a elezioni primarie che accrescessero forza e legittimazione del futuro candidato premier. Il senso vero di quella richiesta è stato evidente fin dall’inizio: pur in un sistema maggioritario e con forti vincoli di coalizione, Prodi avvertiva la necessità di un pronunciamento popolare che impegnasse ulteriormente i partiti rispetto a una scelta comunque fatta ed annunciata. Erano queste, insomma, le primarie alle quali Prodi e l’Unione si erano preparati: un timbro ulteriore (quello dei cittadini) su una decisione già assunta dalle forze politiche. E’ del tutto evidente che, col nuovo sistema elettorale, molto (se non tutto) cambia. Paradossalmente – e piegando la tesi ai propri interessi – è stato Silvio Berlusconi a spiegare con chiarezza la portata della novità: «Le primarie sono inutili, adesso – ha detto dopo l’approvazione della nuova legge elettorale alla Camera -. Le vere primarie, infatti, si faranno alle elezioni, dove i partiti presenteranno le proprie liste guidate dai propri leader. E visto che in ogni sistema proporzionale la norma vuole che il capo del governo sia il leader del partito che ottiene il maggior numero di voti, la questione si chiude qui».
          Se è così, è chiaro che le primarie cui si sottopone Romano Prodi hanno notevolmente cambiato senso. Per almeno due ragioni. La prima: allentati i vincoli e gli obblighi di coalizione da una legge elettorale che ridà piena autonomia ai partiti, ora per il Professore un successo largo è ancor più indispensabile eppure – per quanto ampio potrà essere – non più sufficiente. E a rendere evidente il perchè, ecco la seconda delicata questione della quale la nuova legge elettorale ha completamente cambiato i termini. Può un leader, in un sistema tornato proporzionale, non avere un suo partito? Il che rinvia al problema di come e con chi Romano Prodi si candiderà alle prossime elezioni.

            Il tema, da delicato che era, si è trasformato in delicatissimo. Può Prodi scendere in campo nelle liste della Margherita come leader di quel partito? L’ipotesi appare impraticabile sia per le esplicite resistenze dei Ds (quanti voti il Professore sposterebbe dai Ds a Rutelli?) sia per le perplessità del vertice della stessa Margherita. Può allora Romano Prodi candidarsi alla Camera guidando un listone ulivista? E’ una possibilità che oggi appare remota, visto che lo Sdi di Boselli (impegnato nella riunificazione col Nuovo Psi e nel costruendo patto con i radicali) ha già fatto sapere che l’ipotesi non è più percorribile e che Francesco Rutelli è stato ancor più chiaro. L’altro giorno ha spiegato: «Siamo mobilitati per dare a Prodi un supplemento di forza con le primarie proprio perché abbiamo trovato una definizione degli assetti con cui ci si presenta a queste elezioni». Cioè, ognuno per sé e niente «listoni». Può allora Prodi dare una mano a uscire dallo stallo accettando l’offerta di guidare una lista di più partiti ma al Senato, invece che alla Camera? Parrebbe di no, considerato che l’entourage del Professore giovedì ha liquidato l’affare parlando di «proposta che egli stesso (Prodi, ndr) considera impraticabile».

              E allora? E allora resta l’ultima possibilità. Quella di una lista, di un partito, di Romano Prodi. Alla luce della nuova legge elettorale proporzionale, infatti, quella che fino a ieri pareva una minaccia sventolata ogni tanto sotto il naso di Fassino e di Rutelli, pare trasformarsi – oggi – in un’esigenza quasi vitale per il Professore. Si è mai visto un leader senza partito diventare capo del governo in una Repubblica al cui centro tornano i partiti? Mai, se non nei casi eccezionali di governi tecnici e d’emergenza (Amato, Ciampi e Dini) varati nella difficile transizione dei primi Anni 90. Ma eccezioni, appunto: che non appaiono facilmente riproponibili. La scesa in campo con una propria lista, per altro, permetterebbe a Prodi anche di risolvere il problema di traghettare in Parlamento uomini di sua fiducia – personalità di prestigio e collaboratori – per i quali aveva già chiesto alla coalizione un bel gruzzolo di collegi. Una sua lista, dunque, risolverebbe questa questione ma – contemporaneamente – ne aprirebbe una nuova e delicatissima: cosa potrebbe accadere, in un sistema tornato proporzionale, se raccogliesse meno voti di quella dei ds e della Margherita? E chi e cosa garantirebbe il Professore dalle ambizioni dei leader dei partiti maggiori?

                Interrogativi per ora senza risposta. Ma questioni che l’Unione dovrà affrontare in tempi ormai strettissimi. Una prima indicazione sulla direzione da prendere potrebbe arrivare dalle primarie di domani. E soprattutto dalla reazione del Professore se il suo risultato non dovesse essere (per difetto o per eccesso) quello che più o meno si ipotizza: cioè, un po’ oltre la soglia del 60%. E’ proprio questo, infatti, quel che qualcuno teme nell’Unione: la reazione di un Prodi che esca o troppo forte o troppo debole da una competizione che, a tornare indietro, nessuno – ovviamente – sponsorizzerebbe più…