“StatoLiquido” Il premier ci crede davvero (A.Minzolini)

15/06/2005
    mercoledì 15 Giugno 2005

    I SUOI CONSIGLIERI GLI AVEVANO SUGGERITO PRUDENZA: «LE QUESTIONI TECNICHE RISOLVIAMOLE IN UN SECONDO MOMENTO»

      Il premier ci crede davvero
      I simboli? Risolverò io…»

        Gasparri: «Andiamo subito dal notaio, anche se non so cosa pensa Fini»
        La Camera calendarizza una proposta per modificare la legge elettorale

        retroscena
        Augusto Minzolini

          ROMA
          EPPURE ieri mattina, quando è arrivato da Milano e ha fatto subito capolino al convegno sul nuovo partito del centrodestra, qualcuno dei suoi consiglieri lo aveva avvertito: «Presidente, questa storia dei simboli dei vecchi partiti che bisogna mettere sulla scheda elettorale, la lasci perdere. E’ un problema tecnico di cui potremo parlare in un secondo momento». Ma il Cavaliere, si sa, davanti ad un microfono non riesce a trattenersi, e visto che negli ultimi giorni i sondaggisti per i quali l’uomo di Arcore è da sempre una miniera d’oro, gli avevano presentato studi e ricerche dai quali si evince che gli elettori hanno bisogno di tempo per innamorarsi dei simboli nuovi e per mollare quelli vecchi, non ci ha pensato un momento dopo aver rimarcato la vittoria dei moderati nel referendum a sposare una tesi paradossale: per le elezioni costruiremo un partito nuovo, ma ci presenteremo anche con i simboli dei vecchi partiti. Naturalmente i sostenitori del partito unitario del centrodestra gli hanno fatto subito sapere che quell’uscita poteva rivelarsi controproducente: «Caro presidente – è il discorso che gli ha fatto al telefono all’ora di pranzo Ferdinando Adornato – guarda che per questa storia dei simboli qualcuno già dice che il partito nuovo è morto». Berlusconi, in buona fede, ha risposto: «Non ti preoccupare, risolvo tutto io nel pomeriggio».

          E il premier ci ha provato davvero, sposando con enfasi per intero l’itinerario che dovrebbe portare al nuovo partito: dall’assemblea costituente al comitato costituente paritetico tra tutti i soggetti interessati, dall’appello agli alleati di oggi a quello alla Margherita per entrare nella nuova casa dei moderati, dall’idea di unificare i gruppi parlamentari dal prossimo settembre alla disponibilità a lasciare la premiership per la riuscita del progetto, alle regole del nuovo soggetto politico che prevedono l’incompatibilità tra incarichi di governo e di partito, che immaginano una forza rispettosa delle autonomie, delle minoranze interne e aperta alla società. Tante belle cose, insomma, ma è bastata quell’uscita sui simboli dal «sen fuggita» a dare un pretesto a chi in fondo è diffidente verso il nuovo partito del centrodestra o, addirittura, proprio non lo vuole.

          Già, certe operazioni richiedono prudenza, scaltrezza e una certa dimestichezza con i processi politici. A volte invece al Cavaliere capita di semplificare. Troppo. Tanto più come in questo caso c’è chi – vedi Marco Follini e, per alcuni versi, Gianfranco Fini – non vede l’ora di trovare un alibi per tirarsi indietro. Questo non significa che il progetto sia davvero morto. Anzi, tutt’altro. Il premier ci crede più di prima. «Chi non è interessato a questo progetto – spiega il ministro dell’Interno, Beppe Pisanu – non deve tirare in ballo la questione dei simboli che non è un preambolo di questa operazione storica, ma un aspetto tecnico, quasi secondario. L’importante è la disponibilità politica e personale data da Berlusconi al partito nuovo». Anche perché la questione dei simboli potrebbe essere risolta in maniera diversa.

          Il premier infatti, nelle scorse settimane ha fatto studiare ad agenzie di marketing l’efficacia sugli elettori di un simbolo nuovo collegato a quello dei vecchi partiti. E proprio ieri la prima commissione Affari costituzionali della Camera ha calendarizzato una proposta di modifica della legge elettorale che elimina lo scorporo e aumenta il numero dei simboli dei partiti che possono essere collegati a quello della coalizione da cinque a sette, se non addirittura a nove. Per cui, alla fine, il centrodestra potrebbe presentarsi anche nel proporzionale con una sola lista in cui il logo del nuovo partito collegato è collegato ai simboli vecchi dei partiti che hanno deciso di farne parte. Una soluzione che salverebbe capra e cavoli.

          Per cui il vero problema è un altro, quello di sempre: gli alleati, cioè Udc e An, sono davvero interessati alla prospettiva del partito unitario, oppure no? Ieri, ad esempio, tutti gli esponenti di An presenti al convegno hanno di nuovo dato, almeno a parole, un giudizio positivo sul progetto. Ma il partito di Fini è in piena ebollizione per cui anche i fans del nuovo partito si sono fatti prudenti. Ignazio La Russa, ad esempio, preferisce come fase transitoria l’ipotesi della federazione con la creazione di un soggetto nazionale a cui i partiti potrebbero cedere pezzi di sovranità sull’individuazione del programma, della premiership e delle candidature. «Il resto – ha aggiunto – la parte che riguarda i valori e l’identità del nuovo partito potremmo farlo dopo». Ma c’è anche chi, come Maurizio Gasparri,invece, è pronto a bruciare le tappe: «Ho già parlato con Berlusconi e si potrebbe andare subito dal notaio per concordare nome e regole del nuovo partito. Solo che tutti dovrebbero chiarire le loro reali intenzioni. Ad esempio, io quelle di Fini ancora non le capisco. Non so se ha una linea in testa oppure no. Per domani (oggi, Ndr) ha convocato una riunione sull’argomento dopo il Consiglio dei ministri. Io gli ho fatto sapere che se non fosse stata fissata un’ora precisa non ci sarei andato. Hanno capito che anche per Fini le cose sono cambiate e mi hanno fatto sapere che è alle 15».

            Sull’altro versante, quello degli ex-dc, Follini ha preso subito al volo l’alibi della questione dei vecchi simboli per frenare: «Al 2006 – ha osservato – ci si può arrivare con il partito nuovo o con i simboli attuali. Delle due l’una». E più o meno allo stesso modo si è comportato Bruno Tabacci a cui in realtà preme un’altra cosa: sapere se davvero Berlusconi è pronto a ceder la premiership a Pier Ferdinando Casini oppure no. Appunto Casini, alla fine, a ben guardare, anche se il presidente della Camera in questa fase non si è esposto, anche se vorrebbe qualche maggiore delucidazione dal Cavaliere, è quello che tra gli alleati probabilmente ha le idee più chiare: lui ci sta.