“StatoLiquido” Il fattore-D’Alema convince il Professore

17/06/2005
    venerdì 17 giugno 2005

      DUE ORE DI VERTICE, DECISIVE, A CASA DI RICARDO LEVI

        E il fattore-D’Alema
        convince il Professore

          Era da giorni che Fassino lo avvertiva: «Romano, con la tua
          lista salta tutto». E ieri anche il presidente dei Ds ha sposato la tesi

            retroscena
            Antonella Rampino

              ROMA
              UN atto di generosità verso la coalizione, Romano, ecco cosa ti chiediamo». L’esortazione di Fassino alla fine ha convinto Romano Prodi: se è in questione l’unità, il bene del centrosinistra, «solo tu che sei il leader puoi avere quest’atto di responsabilità e coraggio». Questa e altre argomentazioni, Fassino le andava ripetendo da giorni nei colloqui con Prodi. «Guarda che qua salta tutto», «guarda che se si fa la scissione la tua premiership non c’è più, e non ci saranno nemmeno le primarie». Ma l’arma finale di Fassino era un’altra: era D’Alema. Mentre il segretario dei diesse andava sciorinando il catalogo delle ottime motivazioni, quel che Prodi non s’aspettava, ieri nel salotto di casa Levi (Ricardo Franco) a via Margutta, d’accordo era pure il presidente dei diesse, dato sino a pochi giorni fa come teorico principe della Lista Unica «con chi ci sta», della Lista Prodi senza la Margherita, quello che perfino i dalemiani Angius e Turco avevano cominciato a chiamare «l’Ulivetto». Il fatto è che, ha spiegato D’Alema, «per uscire dalla crisi aperta dalla Margherita, ognuno di noi deve fare un passo indietro». E mentre Fassino e D’Alema parlavano, nelle due ore di vertice messo in agenda già la sera prima, piano piano Parisi lentamente sbiancava. Pur avendo recuperato poi con un guizzo la lucidità politica: uscito da via Margutta, è stato tra i primi a dichiararsi felice, soddisfattissimo della piega che le cose han preso.

              E così: «Niente più Lista Prodi, morto l’Ulivo e rimandata a data da destinarsi la Fed, che giocherà a centrocampo nella prossima legislatura, vince il centrosinistra, e vince soprattutto Fassino», rileva Peppino Caldarola. Vittoria pure di Rutelli, poiché si andrà alle elezioni ognuno col proprio simbolo di partito sotto lo scudo dell’Unione, una cosa, va detto, che sarebbe comunque diventata inevitabile, visto che è la strada che va imboccando il centrodestra e il sistema elettorale richiede simmetria, se si vuol vincere. Il presidente della Margherita, avvertito in tempo reale della svolta politica in atto, ha però accettato le primarie. Che i diesse collocano in autunno, pensando di farne una grande convention sul candidato Prodi e il programma («il mio programma», ha tenuto non a caso a rimarcare il Professore, da tempo amareggiato degli attacchi dei partiti alla sua metodologia di ascolto della società nella Fabbrica). «Saranno primarie come in Puglia», fa sapere Vannino Chiti. E questo non solo per rievocare un’esperienza prima drammatica e funesta, eppoi felice dell’Unione, ma soprattutto per via di Bertinotti, che subito ha ricordato: «Mi candido anch’io». Mentre, in attesa del vertice di lunedì di tutti i leader del centrosinistra, scossi appaiono i cespugli della ex Fed: che farà la Sbarbati che non ha massa elettorale, come reagiranno i Socialisti di Boselli? Per ora si dicono «soddisfatti delle primarie» e dell’unità attorno a Prodi. Ma «vogliamo vedere bene i dettagli dell’accordo», fa sapere Roberto Villetti.

              I dettagli si chiamano anche, soprattutto, collegi. Da una parte i diesse tornano, con il colpo di Fassino, i veri Lord protettori della coalizione: sono loro che dovranno garantire a Prodi i collegi che, per non trovarsi poi Re Travicello a Palazzo Chigi, il candidato esige ed esigerà. E non da ieri: dall’estate scorsa, quando li chiese esplicitamente nel numero di quaranta a Rutelli, essendo tra l’altro il Professore il fondatore della Margherita, e quello glieli negò. E niente affatto dettagli, ma carne viva, sono i collegi per i prodiani. Dopo aver minacciato la scissione, dopo aver creduto sino all’ultimo che i diesse avrebbero coperto loro e Prodi, oggi temono «la pulizia etnica». Si vedrà già stamattina, in quell’incontro d’inizio giornata di Prodi con Rutelli, Franceschini e Marini che poi è il Signore delle Candidature: è in quella sede che il Professore dovrà trattare le garanzie per i suoi nella Margherita. «Se non trattiamo i collegi uno per uno, e subito, sarà un massacro», dice ieri un parisiano chiedendo, come un ugonotto, l’anonimato. Willer Bordon, che aveva brillantemente superato con una relazione di sole quaranta cartelle il «processo» da presidente dei senatori intentatogli dai rutelliani, facendolo finire nel nulla di fatto di un rinvio al 28 giugno, ieri era livido. E lo si può capire. Fosse per Franco Marini, alle prossime elezioni finirebbe al collegio di Vibo Valentia. Si vedrà come andrà la partita, e tutti confidano nel decisionismo di Prodi. Ma si vedrà anche quale sarà la reazione dei rutelliani, e di Rutelli soprattutto, che sin qui han sempre detto che, senza Lista unica, il loro sostegno a Prodi sarebbe stato pieno e leale. Sarà un caso, uno sfasamento di dichiarazioni, ma ieri il presidente della Margherita quasi in chiusura di giornata tornava a ricordare che «tanto la Lista Prodi avrebbe preso il 5 per cento».