“StatoLiquido” Il doppio passo indietro del Cavaliere

23/09/2005

    venerdì 23 settembre 2005

    LA GIORNATA IL PREMIER CEDE SU BANKITALIA E METTE IN DISCUSSIONE LA LEADERSHIP

      Il doppio passo indietro
      del Cavaliere

        Il Governatore: Ciampi? Te lo raccomando

          retroscena
          Augusto Minzolini

            ROMA
            Ieri mattina nei Palazzi romani l’unico contento della notizia delle dimissioni del ministro Domenico Siniscalco era il governatore Antonio Fazio. A quell’ora non aveva capito che il destino può giocare brutti scherzi anche agli uomini di fede. «I giornali dovrebbero uscire in edizione straordinaria – ha scherzato con i suoi -. Le dimissioni di Siniscalco dovrebbero essere messe in chiave positiva per il governo. Dopo tutto quello che si è detto… Anche Ciampi … Te lo raccomando anche quello. E’ il momento di costruire. Per il bene di tutti».

              A quell’ora come non poteva essere contento il Governatore? Da due giorni, cioè da martedì pomeriggio il ministro Siniscalco aveva recapitato una lettera di dimissioni a Palazzo Chigi, accompagnata da un aut-aut: o lui, o Fazio. Aspetta aspetta una risposta, alla fine aveva perso la pazienza e se ne era andato. Ma come spesso avviene in quei duelli che durano una vita, la fine di uno dei duellanti si porta dietro anche quella dell’altro: simul stabunt, simul cadent. E a quell’ora il fato stava brigando contro Fazio. Un fato a cui la vecchia volpe del Governatore aveva già dato un nome: Carlo Azeglio Ciampi.

                Appunto, un’ora dopo al Quirinale Silvio Berlusconi si è visto bruciare senza appello dal Capo dello Stato la sua idea di risolvere il problema con il solito interim: «Non firmo». Il premier, che se ne era quasi infischiato del voltafaccia, di Siniscalco ha cominciato a dar voce al rancore verso «il traditore»: «Me l’avevano detto che non mi dovevo fidare. Quello è sempre stato con gli altri. “Repubblica” da due giorni aveva pronto il titolo di oggi. Diceva che Fazio non ha sensibilità istituzionale…. l’ha mostrata lui dimettendosi 10 giorni prima della Finanziaria. Ma va là…».

                  Ma ormai i vasi erano rotti e per il premier era impossibile rimettere insieme tutti i cocci. Per cui il Cavaliere, che è uomo pragmatico, ha fatto di necessità virtù: ha deciso di mettere tutto nel calderone di una trattativa generale con la sua turbolenta maggioranza, per verificare se era possibile andare avanti o meno. Ha messo sul tavolo anche la testa di Fazio per comprendere cosa ne avrebbe potuto ricavare. E per evitare di ritrovarsi tra le scatole quell’antipatico di Marco Follini, ha preferito individuare lo schema di un accordo con i suoi compagni d’avventura di sempre: Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini.

                    Per cui è andato in scena il solito vertice nello studio del Presidente della Camera alla presenza del testimone di sempre, Gianni Letta. Il povero Fazio è stato liquidato in non più di mezz’ora. Fini ha proposto la nomina di Giulio Tremonti al ministero dell’Economia in cambio del siluramento di Fazio e Berlusconi ha accettato: per il premier è sicuramente meglio un ministro politico di cui si fida per gestire in modo meno ragioneristico la Finanziaria di un anno elettorale e la complicata nomina del nuovo Governatore. Ma la sorpresa il premier l’ha avuta sul resto dei problemi.

                    Per ottenere la legge elettorale, la devolution, la norma «anti-ribaltone» e trasformare la sua armata Brancaleone di nuovo in una maggioranza degna di questo nome non gli è bastata la testa di Fazio, ma si è dovuto ingoiare le primarie. «Caro Silvio – gli ha spiegato il presidente della Camera – se non accetti un metodo del genere con Follini non risolviamo più il problema della leadership». Il Cavaliere all’inizio c’è rimasto male. Ma poi, alla fine, ha preso la proposta come una sfida. «Ci penserò – ha spiegato – ma non ho problemi se vareremo insieme anche la legge elettorale. Mobiliterò tutto il partito. Sarà un plebiscito. Ma, caro Pier, ti devi candidare anche tu». «Lo so che perderò – è stata la risposta di Casini che ha citato un’”esternazione” storica del premier – farò questo sacrificio». Inutile aggiungere che anche Fini ha subito annunciato di non voler mancare. Tant’è che il Presidente della Camera al momento dei saluti gli ha fatto gli auguri: «Vedrai Gianfranco vincerai tu con il partito che hai alle spalle». Quando si è arrivati al vertice formale delle 17, con Follini, tutto era già deciso. Ma da buoni attori tutti hanno recitato la loro parte. Follini ha introdotto il problema delle primarie: «Dobbiamo trovare un metodo per individuare la leadership. Qualcosa sul modello delle primarie». Fini ha detto sì: «Ma – ha aggiunto – non copiamo le primarie della sinistra. Troviamo qualcosa di diverso».

                      A quel punto anche il Cavaliere ha dato il suo Ok. «E’ la prima volta – ha osservato con una punta di ironia – che Follini mi dice in faccia che c’è questo problema. Non sono contrario. Ho sempre detto che in una coalizione si possono assumere tanti ruoli. Ci misureremo. E’ evidente però che l’accordo deve essere generale. Dobbiamo trovare un’intesa anche sulla legge elettorale. C’è una proposta. I tecnici possono perfezionarla ma tutti dobbiamo prendere un impegno fin d’ora: fatto il testo né un partito, né un gruppo di deputati della maggioranza possono presentare emendamenti per modificarla».

                        Subito il leghista Calderoli è sceso in campo per sostenere il Cavaliere: «Facciamo anche queste primarie ma se uscirà Berlusconi, voi lo sosterrete?», ha chiesto a Follini. «Sì» è stata la risposta. «Quindi, ora ci comunichi – è stata la domanda che un altro devoto del premier, il repubblicano Nucara, ha rivolto al segretario degli ex-Dc – che non c’è nessun veto verso Berlusconi». «E’ una questione di metodo, non di veti», ha replicato l’interessato. A quel punto è arrivato il turno di Fini: «Sulla legge elettorale sono d’accordo, ma i miei sono nervosi, per cui dobbiamo prima approvare le nome “anti-ribaltone”, caro Marco».

                        «Anche tu devi avere le tue garanzie» ha chiosato laconico Follini, che poi ha risposto a chi lo interrogava sul candidato dell’Udc: «Qualcuno si presenterà. Casini? Forse, o un’altra personalità». Ma a quell’ora il presidente della Camera già stava facendo i suoi calcoli a Montecitorio. Guardando il calendario. «Si è parlato del 10 e 11 dicembre – ha detto ai suoi – ma è Sant’Ambrogio. Qualcuno parla del 3-4 dicembre. Io non posso accettare che si svolgano prima del 14-15 gennaio: per presentarmi, devo dimettermi e bisogna aspettare che le Camere siano praticamente sciolte». In un altro palazzo, Fini invece ipotizza con i suoi una tattica degna di un congresso democristiano: «Non è detto che io alla fini mi candidi. Così Casini rimarrà solo contro Berlusconi».

                          Dettagli. Non sono state un dettaglio, invece, le parole aspre usate da Follini in conferenza stampa contro la leadership del Cavaliere. «Eppure – si è lamentato il premier – avevamo deciso tutto in un clima cordiale. E’ insopportabile». L’ultima spina di una giornata di passione.